Paper Moon
(Turn of the brew è un rubrica a cadenza irregolare, malgrado i giovedì che non capiamo siano regolarissimi. Per questo chiunque è invitato a partecipare.
Niente di speciale o cerebrale.
Semplicemente, partiamo da un facile assunto:
libro < libro + caffè < libro + caffè + cibo
Una categoria a parte è quella:
libro + alcool.)





Ci sono mattine che devono essere affrontate con il giusto spirito. 
Perché ci sono scadenze e incombenze, perché noi prima di far l'albero di Natale abbiamo deciso di distruggere la cucina per farne una nuova e quindi: mattonelle lisce o opache? 
Non saprei, e mi impanica di più trovare l'ordine corretto alle mie letture in realtà.
Quindi ci vogliono certe cose, un cannolo strabordante di ricotta o ancora meglio una pesca impregnata di alchèrmes. E un salto nel vuoto. 
E vi assicuro che Albero di carne di Stephen Graham Jones (Racconti Edizioni) è un bel salto nel vuoto. O meglio, è scegliere di addentrarsi dentro un bosco innevato, sapendo che non sarà possibile ritrovare le nostre tracce e tornar indietro. 
Albero di carne è una raccolta di racconti che non vi darà tregua. Vi offrirà placidamente la stessa sensazione di terrore di quei momenti in cui non vorreste guardare ma siete costretti a farlo, perché non potete farne a meno. 
Nell'anno in cui ho conosciuto Ligotti non pensavo di poter esser così fortunata da trovare così facilmente un degno avversario al suo terrore, seppur capace di un orrore del tutto diverso, più materiale e quasi fiabesco.

"Poi il mondo per come l'avevamo conosciuto, finì.
Per sempre. 
invece di fare un tonfo nell'acqua, Melanie si fermò per un'istante sulla superficie in posizione raccolta, a palla di cannone, con gli occhi chiusi, tutto il peso sulle reni, con i capelli che erano l'unica cosa sott'acqua e poi anche lei lo sentì - che non stava affondando - e aprì gli occhi, li spalancò, inarcò la schiena per evitarlo, con la bocca atteggiata in un grido, e si capovolse, veloce come un gatto. Una volta, due volte, tre volte, finché non fu al largo, dov'è l'acqua profonda, dove il dolce pendio della riva scendeva bruscamente nel'acqua fredda. Era ancora sulla superficie e si divincolava, urlava e tutto quello che in lei aveva ancora dodici anni stava morendo. Alla fine, ancora divincolandosi, chinò la bocca sui lacci dei polsi poi portò le mani ai lacci delle caviglie e poi cercò di alzarsi in piedi, ma cadde in avanti, puntellandosi sui palmi delle mani, con i capelli come un sudario nero intorno a lei. guardò verso di noi attraverso l'acqua e gli occhi erano ormai l'unica cosa umana in lei e sembrava che mi implorassero, poi si girò con un guizzo, iniziò a correre sulla superficie a quattro zampe, per tutta la larghezza del lago, due chilometri, lasciandoci lì affondati fino alle ginocchia in quello che restava delle nostre vite."







(Niente di speciale o cerebrale. 
Semplicemente, partiamo da un facile assunto:
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libro + alcool.

Al Turn of the Brew partecipano tutti.
Questa volta si tratta di una gatta come me: LeChatNoir)



Questo è il mio triste, tristissimo, spuntino di metà mattina: latte di soia al cacao (non male!) e biscotti ai cereali. Triste, appunto. Per fortuna a risollevare il tutto c’è Elizabeth Strout con Mi chiamo Lucy Barton. E’ un libro che si legge abbastanza velocemente, non perché sia semplice, ma per la prosa asciutta, essenziale, capace però di contenere al suo interno tante emozioni. La protagonista, aspirante scrittrice, a causa di una malattia è costretta per molte settimane in ospedale; inaspettatamente giunge a farle visita sua madre. Le due non si vedono da anni, ci sono tanti silenzi, luci e ombre, tra loro. I cinque giorni e le cinque notti che passeranno insieme serviranno alla giovane donna per cercare risposte a domande che si porta dietro da anni. L’infanzia di Lucy non è stata facile: la povertà, i disturbi post-traumatici del padre a causa del suo passato da soldato, l’emarginazione da parte dei compagni di scuola per la sua condizione familiare. Tutte cose che si annidano dentro di lei come un’oscurità latente. 

“Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri”.

Io non sono il tipo di persona che piange facilmente – non senza sintomi premestruali – eppure ero quasi in lacrime, mentre leggevo. Ero lì, con loro, in quella camera d’ospedale, sentivo tutto l’amore, il dolore, la tristezza, la tenerezza che accompagnava la loro vita. Il detto e non detto del loro rapporto . Tutti noi abbiamo una storia da raccontare. E’ la nostra storia potrebbe non essere dissimile da quella di Lucy, infondo non sempre il rapporto con i propri genitori è chiaro, pacifico, lineare. Ma questa è la sua storia. Ed è una storia d’amore. Nonostante tutto.

“E’ la storia di una madre che ama sua figlia. In modo imperfetto. Perché amiamo tutti in modo imperfetto.” 


Lei è Lucy Barton, e vi farà commuovere.
Niente di speciale o cerebrale.
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Una categoria a parte è quella:

libro + alcool

Non sono una grande amante del vino. Molto probabilmente perché non riesco a berlo senza ritegno come invece riesco a fare con la birra. Però ecco, un aperitivo a casa con un po' di vino, sgranocchiamenti vari e sole che ti conforta non è per niente male. Perché uscire di casa quando certe volte posso starmene in giardino con i pantaloni comodi e la maglietta di Arya Stark?

L'aperitivo è stato saggiamente accompagnato da una lettura bella piena e corposa: Al di là del nero di Hilary Mantel (Fazi).
Come vogliamo definirlo? Un dramma pieno di tormento ricco di humour nero? Una ghost story in un ambiente suburbano? Il manifesto di chi deve mettersi in ordine interiormente?
Forse tutto quanto, perché la storia di Alison, sensitiva non ciarlatana, che accompagnata da una donna cinica e affranta e da uno spirita guida volgare e osceno passa da una conferenza all'altra usando la telepatia e i suoi "poteri" per mettere in contatto i clienti con i cari scomparsi è una storia ricca, pienissima. Sono a metà romanzo ed è difficile cercare di leggerlo senza prendere fiato. 
Per fortuna, essendo patologicamente ingorda mi fa sempre bene rallentare il ritmo di lettura ogni tanto. 

Ci sono delle cose sui morti, voleva dire, che dovete sapere, che dovreste veramente sapere. Ad esempio, non cercate di reclutarli a sostegno di qualunque buona causa abbiate in mente, la pace nel mondo, quel che vi pare. L'unico risultato che otterrete è che vorranno mettervela in quel posto. Non sono affidabili, vi faranno mancare il terreno sotto i piedi: non diventano brave persone soltanto perché sono morti. La gente ha ragione ad avere paura dei fantasmi. Se vi capita qualcuno che da vivo si è comportato male - che so, una persona crudele, pericolosa -, perché credete che da morta sia migliore? Però queste cose non le diceva mai. Mai. se poteva farne a meno non pronunciava mai la parola "morte". E anche se i clienti avevano bisogno di essere spaventati, anche se lo meritavano, quando era con loro non si sarebbe mai lasciata sfuggire un accenno o un ammiccamento sulla vera natura dello spazio al di là del nero.

Le vostre letture?

Ora ragazzi, io ogni tanto ho il cervello oltre la Barriera. Tipo Jon Snow, quello sguardo vuoto, il volto che vorrebbe esprimere perennemente sano disgusto ma non sa neanche perché alla fine.
Ma voi.
Voi siete persone più o meno decenti presumo. Allora, devo essere io a rendermi conto che dei preferiti di marzo ce ne siamo scordati allegramente?
Io non lo so. 
Quindi vi beccate una lista bella lunga. Anche perché in questi due mesi ho letto parecchia roba bella, è bene fare il punto della situazione.


 

Furore, John Steinbeck. Lo ammetto, avevo paura non mi sarebbe piaciuto. Il punto è che vedevo tutto questo amore incontrollato, tutte queste stelline, mi sentivo a disagio. Non che mi faccia suggestionare da questo tipo di cose, però ovvio, tutti a dirmi "bello, bellissimo" e io mi sentivo un po' strana, sopratutto perché a me Uomini e topi non era neanche piaciuto così tanto. 
Oh, questo romanzo è bello, bellissimo.
"Un romanzo sulla grande depressione americana". No, cioè sì, ma è molto di più. 
Furore è una grandissima storia, il viaggio di una famiglia che sfrattata dalla sua terra (terra e famiglia, tutto il romanzo si potrebbe riassumere in queste due parole) cerca di raggiungere la California, dove ci saranno casette bianche, arance da cogliere, e così tanta uva da farci il bagno. 
Un viaggio che ricorda l'esodo biblico, ma anche qualcosa di fin troppo attuale. 
Il furore che matura nei cuori di questa gente è un furore che non trova mai sfogo, perché non si ha radici, i migranti diventano nomadi e vengono trattati come vagabondi. 
La famiglia Joad ci dimostra in mezzo a tutta questa polvere (e ai disegni insensati che riesce a creare in mezzo a dei terreni disastrati o nel cuore del deserto) cosa si fa, come si fa ad andare avanti, fino all'ultima pagina, che è semplicemente un capolavoro.


La nuova Justine ovvero le disavventure della virtù, Maquis de Sade. Sade è un distruttore, non ha bisogno di alcuna spiegazione (né di spiegarsi).



Purity, Jonathan Franzen. Bello, ma è tutto scritto qui.


 

Sottrazione, Carlo Sperduti.  Il mondo reale, per quanto piegato alle leggi del linguaggio di Sperduti, non perde mai linfa vitale, ed è in continuo divenire. Leggete con calma io mio personale delirio qui.

Dalle Rovine, Luciano Funetta. Questo romanzo è ancora meglio di quanto mi aspettassi.
Il fattore pornografico è unito all'elemento ctonio dei serpenti, crea un percorso allucinatorio, deviato, ma perfettamente cosciente. Sì, l'azione si colloca in una città fittizia, Fortezza, le cui strade ci appaiono senza neanche leggerlo avvolte di nebbia, dove c'è un Quartiere degli inglesi in piena decadenza e il silenzio è claustrofobico. Sì, questa città è onirica, fuori fase, ma quello che fa Rivera è perfettamente reale.
A differenza di altri non ho avuto l'impressione che quello che leggevo non stesse accadendo davvero. I passi di Rivera hanno un senso, sono concreti in ogni luogo, anche a Barcellona, città che in questo caso si fa inquieta e strisciante. 

E anche questo, qui.

 


Anche noi l'America, Cristina Henrìquez. Indovinate un po'? Esatto: qui.

Il Piccolo Regno, Wu Ming 4. Questo libro ci convince, tramite il ricorso a una brillante Eta dell'Oro, con spettri, animali e fogliame al vento, che saremo sempre, sempre piccolissimi.




Il titolo del post non ha molto senso, perché io con Franzen non ho bisogno di farla franca.
Se mi è piaciuto Purity? Tantissimo. 
Non fate passare altro tempo, prendetevelo e leggetelo. L'hype che mi ha schiaffeggiato per mesi (io lo volevo già comprare in lingua) non si è dissolto in una delusione vaporosa, per niente.


Ancora una volta la storia è quella di una famiglia. Più o meno. 
Perché non si parte avvantaggiati come nei romanzi precedenti, qui la famiglia c'è, ma non si vede. Come sempre Franzen utilizza diversi punti di vista, mette in scena tutti i suoi personaggi per immergersi completamente in un percorso fatto di emozioni altalenanti e, in questo caso, obbiettivi da raggiungere. 
Perché questa volta non si tratta di fare "solamente" un bel giro sulla giostra della crescita, dei legami, ma di ottenere qualcosa, e viene costruito con una crudele lentezza che porterà alla consapevolezza, quella del lettore, quella di Purity che cerca suo padre, quella di Andreas Wolf che cerca di liberare sé stesso. 
"Andreas venne sopraffatto dal contrasto tra amore e lussuria. L'amore si rivelava un sentimento opprimente, nauseante, stranamente claustrofobico: rinchiuso dentro di lui c'era un senso di infinità, di peso infinito, di potenzialità infinite che potevano manifestarsi solo attraverso una ragazzina pallida e tremante con una brutta giacca a vento. Toccarla era l'ultima cosa che gli veniva in mente. D'istinto si sarebbe buttato ai suoi piedi."
Ogni pezzo va lentamente al suo posto, combacia con gli altri, attraverso un lavoro che comprende salti temporali, legami famigliari e una sana quantità di rabbia.
"Se tu dovessi divulgare il mio segreto, la gente ti crederebbe. Ma se io divulgassi il tuo, direbbero che ho falsificato la mail per qualche ragione malata, perché sono una ragazza. In teoria noi ragazze abbiamo almeno degli straordinari poteri sessuali, ma ultimamente ho scoperto che si tratta di una bugia raccontata dagli uomini per consolarle del fatto che il potere è TUTTO in mano loro."
Del resto, come i romanzi precedenti (inutile cercare di non fare un confronto secondo me), Franzen, con i suoi lunghi periodi e i suoi dialoghi perfetti, riesce a fare un po' male al cuore, ma stavolta è quasi liberatorio. 

Il punto è, Purity ha una trama grandiosa e dei personaggi potenti. Giovani, distrutti, malsani, capaci di raccontarsi in maniera completamente trasparente. 
Del resto si parla di purezza no? Ma Franzen per parlare di tutto questo si insinua nell'America che ha fatto dello spionaggio, dei leaks, un'arma a doppio taglio, dei grandi personaggi disincantati, dell'internet come il nuovo grande totalitarismo. Parla del giornalismo d'inchiesta, della trasparenza legata a una morale, di maschere costruite nel tempo. 
E in fondo questa Purezza tanto ricercata coincide con l'Assassino. Purity che nasconde con astio il suo vero nome, Andreas Wolfe che non trova fine ai tormenti che lo hanno reso quello che è. La vera trasparenza è la paura. Non la stessa paura di vivere in un mondo governato da un regime "così debole e pavido da erigere un muro per imprigionare quelli che aveva liberato". È una paura la cui purezza è corrotta, per sempre.

Purity è un romanzo che parla di ricerca, di segreti nascosti con attenzione, di amicizia e ovviamente di legami. L'unica pecca, sul finale si respira un'atmosfera già sentita, e mente iniziavo il penultimo capitolo e poi lo finivo mi sembrava di star rileggendo Libertà. Quella risoluzione repentina, che sì, ha un senso, però non sono riuscita a viverla con gli occhi spalancati come in tutto il resto del romanzo.
Questo romanzo è praticamente meraviglia confezionata. 
Una ragazza, di cui non conosceremo il nome, ci racconta il passare delle sue giornate, mentre cerca di scoprire sé stessa. Giornate lunghe e calde (riusciamo a sentirle) passate nella clinica veterinaria dello zio, con l'amica Vita (un rapporto che crescerà, molti pezzettini si metteranno accanto a formare parole nuove), con un haitiano dalla voce sembra "sciroppo per la tosse".
Il romanzo è pieno zeppo di informazioni. Volti, profumi, lo stile di Rita Indiana ha un ritmo sfrenato, coinvolgente. Ci passano davanti immagini, momenti, scarti (gabbie vuote, barattoli di curry infranti, muri appena tinteggiati). Oggetti ben precisi anche, dischi di Jim Morrison e libri sul buddhismo.


Avete presente no? Narrativa sudamericana = realismo magico. 
Beh, non è del tutto scorretto anche in questo caso. Il punto è che qui c'è qualcosa di più. In mezzo a quel realismo magico, di madri folli e racconti bizzarri e ogni volta diversi, ci sono scritte al neon che compaiono sulle fronte della gente, una follia da droga leggera, un cinismo sottinteso.

"Presi il caffellatte che rimaneva in un bicchiere e lo rovesciai nel water. Avevo molta voglia di chiamare il gatto con il mio nome, ma le rare volte che quello aveva risposto erano dovute al fatto di aver pronunciato il nome nel luogo e nel momento opportuni, e ogni volta che ciò accadeva l'aria si faceva più pesante e sulo sfondo le cicale o il piccolo frigo della clinica vibravano con maggiore intensità."

Ma in tutto questo la narrazione va avanti, e succede sempre qualcosa. E credo che la NN editore abbia riassunto tutto il romanzo dicendo che è per chi "vorrebbe i capelli profumati al gelsomino". Potrebbe sembrarvi sciocco forse, ma è davvero così.

"Io rimasi zitta, con lo sguardo fisso sull'ora a caratteri blu sul display del VHS che balenava dietro a Zia Celia. Se le avessi raccontato quello che mi aveva detto la nonna la sera prima, si sarebbero dovute prendere per buone tutte le altre pazzie della vecchia. E Zio Fin, adorno di tutte le ghirlande e le perline tipiche di un Bodhisattva, era più intoccabile che mai. Decisi di aiutarla, ma senza dirle quello che sapevo, perché la vedevo che si aggirava in un labirinto per topi da laboratorio mentre il dall'alto, volendo, avrei potuto afferrarla per la coda e toglierla di lì. Ma per metterla dove?"

Questo romanzo offre una narrazione spontanea, senza sentimenti messi in bella mostra sul tavolo, ma semplicemente offrendo sensazioni precise, che vi colpiscono dritti in fronte senza neanche preoccuparsene troppo. E insieme alla bellezza di avere in mano qualcosa che si legge davvero raramente si è immersi in un'atmosfera esotica, brillante, per niente artefatta, che ricorda una di quelle mattine quando vi svegliate a un'ora decente e state alla finestra a godervi il sole. 


Siccome febbraio, malgrado sia un pessimo mese (lo odio con tutta me stessa), è stato scenario di ottime letture ecco subito la lista delle bellezze che vale la pena menzionare.


Rosemary's Baby, Ira Levin. Questa dark comedy è in realtà molto di più che una storia grottesca e piuttosto raccapricciante. Ira Levin riesce a creare un senso di oppressione assoluto, instaurando un meccanismo che non fa altro che generare sempre più suspense. 
Sin dal primo momento in cui conosciamo Rosemary e Guy capiamo che tutto andrà, giustamente, storto. Parecchio male. Del resto la casa nuova è un buon punto d'inizio per qualsiasi horror. Ma insieme a quest'ansia palese c'è altro. Mentre parlano giusto del nuovo appartamento in cui trasferirsi Guy, un attore in cerca di fama, si guarda allo specchio e si trova un foruncolo. Intanto Rosemary è lì e freme per andare a visitare questo magnifico appartamento nel Bramford, forse un po' più piccolo di quelli che hanno già visitato, ma di sicuro se ne può ricavare una stanza per il bambino. Un bambino che deve ancora arrivare ma che lei vuole moltissimo, insieme a una bella casa, con della bella carta da parati e un camino vero. Intanto Guy pensa al foruncolo e alle audizioni. Insomma, il meccanismo è ovvio, si muove lì davanti a noi, mentre intatto viene buttata in mezzo altra suspense. 
Gli aspetti disturbanti si uniscono. Rosemary che non capisce, non capisce davvero, che pensa alle poltrone e Guy che vuole la parte, mentre intanto tutto ciò che può essere strano e sbagliato lo diventa in una maniera ancora più surreale e malsana. 

Il finale di Rosemary's Baby è sbagliato? Per qualche momento l'ho pensato. E poi, dopo averci rimuginato parecchio ed essermene lamentata ad alta voce ho capito che no, in realtà è perfetto? Una storia simile come altro poteva finire? In parte c'è una lezione, quasi una morale, grottesca ovviamente, e se la troverete come ho fatto io vi renderete conto che Ira Levin ve l'ha fatta.


Supernatural horror in literature, Lovecraft. Lovecraft in questo libriccino passa in rassegna tutti i grandi narratori della scrittura dell'orrore, dalla gothic novel fino ai suoi contemporanei. Una grandissima risorsa per lettori e scrittori. Inutile dire che ho aggiunto nuovi titoli in wishlist e che ho segnato un sacco di cose.


Teatro Grottesco, Thomas Ligotti. Teatro Grottesco è un terreno apparentemente asettico su cui riescono però a sorgere orrori fin troppo fertili. Affrontare la lettura di questo romanzo è come metter mano dentro un barattolo il cui contenuto non ci è noto.
"Parole d'ordine": insensatezza, fili invisibili, luci tremule, strade fredde, carnevali, giostre guaste, stanze umide, infestazioni, soglie (da non varcare mai), caffè angusti. 
Il lirismo raggiunge livelli che vi faranno venire i brividi. Thomas Ligotti riesce poi a mescolare gli orrori, i tremori, con l'arte. La maneggia e la innalza ad artefice di qualsiasi cosa, fino a renderla grande distruttrice. 


I gatti non hanno nome, Rita Indiana. Non solo i gatti non hanno nome, ma anche la voce della protagonista che laconica ci racconta il passare di alcune giornate piene di eventi minuscoli ma brillanti. Un romanzo esotico, pieno, da assaporare (a breve più informazioni al riguardo). 


Bone, Jeff Smith. Recuperate questo fumetto. Dovete. Bone è la storia di tre cugini che si trovano di fronte a un sentiero sconosciuto, cacciati dalle comodità di una vita normale. Vi ricordano un po' degli hobbit? Fate bene.  Perché Bone contine le meraviglie e gli incanti di un fantasy epico, ma con un humour spettacolare. Vi assicuro che riderete, e di gusto e tutti quanti i personaggi vi rimarranno nel cuore. I cugini Bone, Rose, il drago rosso, le bestioline malvagie che hanno voglia di quiche. 
Uno scontro tra il bene e il male, ovvio, un classicone del genere, ma non solo. Perché ciò che rende l'avventura dei cugini Bone indimenticabile sono le piccole storie dei personaggi. Il loro passato che si proietta di continuo nel presente, le loro debolezze e gli errori da rimediare compiuti in un tempo molto addietro o fin troppo recentemente.
C'è anche la versione a colori, ma mi sento di consigliarvi quella originale in bianco e nero. 

Infine, non si tratta di una lettura, ma credo che ogni tanto un extra ci stia più che bene, direi che è il momento di ricordarvi di guardare Mr Robot, che per adesso, per me è la serie dell'anno.

Quando Tunué pubblica una nuova graphic novel nella collana Prospero si preannuncia nient'altro che una grandissima storia da divorare.
Ed è proprio una grandissima avventura quella narrata da Walter Chendi in Maledetta Balena.


Giovanni Dardini è sia il giovane cuoco che congedato durante la guerra viene spedito su una nave ormeggiata in un canale del nord, sia l'ottantenne malato terminale costantemente sotto morfina, scampato a qualcosa di molto grande che non riesce a ricordare.
Entrambi, il Giovanni del passato e quello del presente, cercano qualcosa e trovano in mezzo a un'immensa attesa insopportabile una grande avventura.
E parliamone ragazzi, sono due percorsi che sembrano non condurre in nessun luogo, ma che in realtà lo porteranno molto lontano.

Il Giovanni che si trova nel 1943 a bordo della Kosbörg, una nave ferma ormai da tempo a causa della guerra (doveva essere venduta ma l'affare è andato a monte, un piccolo equipaggio la mantiene in funzione) si trova invischiato in qualcosa di molto sospetto e, chiaramente, molto pericoloso. Il punto di svolta, il momento in cui tutto cambia (quando insomma bisogna cominciare a correre davvero) è quando incontra la figlia del capitano, membro nascosto a tutto il resto dell'equipaggio. 
La storia si fa sensuale, quasi divertente. 
Ma è chiaro, in una grande avventura non tutto va per il verso giusto.


La linea temporale passata si unisce poi a quella del presente, dove Giovanni passa il suo tempo bloccato in un letto d'ospedale, insieme a dei ricordi vacillanti e a dolorosi momenti di lucidità che lo porteranno ad affrontare di nuovo la realtà, intraprendendo una seconda grande avventura.


Walter Chendi ci offre una bellissima storia, sensuale, tragica, capace di ricordare un grandissimo romanzo americano, grazie a una narrazione sincera ed a uno stile curato da dettagli preziosi (il lettering!), tratteggi che riescono a rendere la narrazione onirica (il mare a momenti sembra quello fin troppo brillante dei nostri sogni) ma allo stesso decisa e crudele (quel maledetto calendario con le sue giornate di un luglio che non passa mai). 
Certi momenti troppi silenziosi si uniscono ad azioni che possono cambiare intere vite, attimi sospesi insieme a crudeltà fin troppo reali.
Ma alla fine siamo convinti e davvero certi riguardo tutto quello che è accaduto, siamo accanto a Giovanni su una nave troppo silenziosa, in una piscina vuota, di fronte allo scadere di un tempo che sembra non appartenere più a nessuno e accanto a un gabbiano che sembra preannunciare troppe (o forse poche) possibilità. 
Adieu mon coeur di Angelo Calvisi (pubblicato da CasaSirio Editore, che fa delle cose meravigliose, io devo mettere le mani su Raffles il prima possibile) sembra quasi la storia di un'autodistruzione annunciata. Attenzione, sembra. 
Conosciamo Paolo quando è appena tredicenne, ha due fratelli piccoli e due genitori che litigano, degli amici con cui è chiaramente in competizione, dei ragazzi grandi da imitare. Più o meno tutto nella norma. Però già Paolo capisce che c'è qualcosa che non va. Che i genitori litigano troppo, sempre, che lui non si sente capito. 



Con Paolo abbiamo degli incontri fissi in un periodo che va dal 1983 al 2013, quando è diventato ormai un musicista di successo, ma con una vita che ancora non va per il verso giusto. 
Sono frammenti di un'esistenza in disordine, tanti eventi piccoli e grandi, che altro non sono che nostre piccole incursioni nella vita di quello che era un adolescente che non riusciva a capire, diventato una vera e propria star con problemi di alcolismo. 
Ed effettivamente Paolo continua a non capire. 

"Io suono Girovento per tenere quieta la bambina, e la mamma ora fa la disinvolta e non è triste manco per niente. Per farla breve, Alessandro si porta la mamma di là, nel camerino, e se la scopa allegramente, e io come uno scemo plen plen con la chitarrina, plen plen con questa cazzo di bambina autistica tra i coglioni, ed è sempre la stessa storia, fin dai tempi delle grigliate in spiaggia, io con la chitarrina e gli altri che si strappano le mutande nascosti sotto gli scafi delle barche."


Quella che sembra una storia di autodistruzione e crollo di infinite possibilità non è nient'altro che una storia di crescita, una storia semplicemente umana (troppo umana). Paolo è una costante, è sempre lui. Quando fa la foto con il suo cartonato all'autogrill che dovrebbe sponsorizzare il suo album, e quando tredicenne rifiuta i bigliettini di Michela "perché c'è il mondiale".
Adieu mon coeur è una storia da leggere semplicemente perché sì, perché non dovreste farlo? Calvisi, con una prosa spesso sarcastica e mirando comunque all'onesta più completa nei confronti del lettore (ma anche del suo protagonista), riesce a metterci davanti un personaggio che ha voglia di raccontarci qualcosa, e noi dobbiamo assolutamente metterci ad ascoltare, perché è una storia d'amore ma anche solo e semplicemente perché è una storia. 
Ci ho messo un po' a farmi piacere I capelli di Harold Roux. Le prime venti pagine sono state lette con un naso un po' troppo arricciato. Il naso da "ah, sì? Che bravo". Ma non perché alla fine tutto si riduce a una mastodontica operazione metaletteraria. Ma perché trovavo indigesto lui, Aaron. Poi ho capito, si trattava della Sindrome Clara Oswald. 
La Sindrome Clara Oswald recita "se non ti piace un personaggio è perché non riesci ad accettare che in parte ti assomigli". Esattamente. Quando l'ho capito ho divorato il libro. In realtà vi do un consiglio, non divoratelo, prendetevela con calma. Ma io non dormo la notte, qualcosa dovrò pur fare. 


La storia di Aaron Benham è la storia della sua controparte cartacea Allard Benson, protagonista del romanzo che sta scrivendo, "I Capelli di Harold Roux". Romanzo che ammette essere in parte autobiografico (del resto impossibile celare la somiglianza tra lui e il suo alter ego). Allard è disinvolto, apolitico, intraprendente e sprezzante. Ma nella storia di Aaron c'è anche il romanzo che sta scrivendo lo stesso Harold Roux, bigotto, ingenuo e talmente insicuro da portare un parrucchino dopo aver perso i capelli in guerra. Ma poi c'è la storia che Aaron stesso racconta ai suoi figli prima di dormire. 
L'impressione che si ottiene non è comunque quella delle scatole cinesi, non si tratta di una semplice matrioska da aprire e aprire di nuovo. È una visione che prende vita, una scena che continua ad allargarsi, ad accettare esseri umani e scelte che vanno avanti o vengono interrotte, e in fondo si tratta di un'unica vita, un'unica esperienza più o meno reale.

Sembra passare in realtà pochissimo tempo, come se si trattasse di una lunghissima giornata, un lungo discorso che Aaron tiene con sé stesso, riguardo alla crescita e alle scelte sbagliate, alle paranoie, riflettendo sul tempo che vive e che ha vissuto.
C'è la ricerca di un senso, di un fine, mettendo accanto storie e relazioni umane, e quello che succede mentre le osservi (o mentre vuoi far finta di non vedere).




Ho comprato un sacco di roba, però ne ho anche smaltita un bel po'.
Anzi, diciamo pure che ho recuperato letture che ormai erano da affrontare da un bel pezzo. 

  • I Buddenbrook, Thomas Mann. Dunque, cominciamo col dire che io ancora non avevo letto niente di Thomas Mann. Sinceramente nella mia testa il libro da cui iniziare era La montagna incantata. Ma anche chi se ne frega. I Buddenbrook è stata una lettura ricchissima. Una famiglia enorme che fallisce, crolla, un pezzo alla volta. Ed è proprio così, un passo alla volta i Buddenbrook commettono errori, e tutto quel clamore del loro fallimento non è poi così sincero. La caduta non è annunciata, ma è logica. I Buddenbrook marciscono, le tende eleganti, la Sala dei Paesaggi, i pranzi sontuosi. Tutto marcisce, tutto se ne va, raccontato con un eleganza incredibile.
  • The Martian, Andy Weir. Credo di essere stata più che eloquente qui. Niente frasi fatte, niente drama spaziale (qualcuno ha detto Interstellar?), solo realismo e ingegno, grazie a un protagonista fantastico e ironicamente perfetto. Vogliamo poi parlare dell'ironia tragica quando boom! spunta la Nasa? O se proprio volete il drama, parliamo dell'equipaggio che lo ha abbandonato lì? G E N I A L E.
Questi sono i preferiti. 2/5. Non è male, però ecco, tanto per dirne una, Pretty Monsters che si prospettava come una lettura adatta al periodo di Halloween (mi pare di averla trovato su un articolo di Finzioni al riguardo) e che molti avevano trovato fosse una sorta di raccolta alla Gaiman, proprio no. Una delusione immensa. I racconti iniziano tutti bene. Anzi benissimo, sono accattivanti da morire. Però poi si perdono, aggiungono troppi ingredienti oppure omettono sfumature che forse non ci sarebbero state malissimo. Sembra che l'autrice avesse in testa un mantra, uno solo: stupire, stupire, stupire!
Però non ci è riuscita un granché, almeno con me. 
Da una raccolta di racconti di questo tipo mi aspetto pagine piene di suspense, di infidi trucchetti. Se poso il libro per riprendere altre letture, no, non ci siamo. Oppure Bella era bella morta era morta, carino ma meh (definizione accurata direi, ne parleremo poi). Meno di Zero invece mi è piaciuto parecchio (ma non il mio Ellis preferito).
Ah, poi mi sono voluta fare un po' male leggendo robaccia e ho letto questo. Ripeto: ma davvero?

Voi invece? 
Partiamo subito col chiarire una cosa. Io ancora non ho visto il film (sono troppo saccente per vedere prima il film, mi pare ovvio), ma quello che ho sentito dire in giro riguardo a The Martian è: troppa matematica, troppa ingegneria, sono ignorante, non comprendo. 
Ragazzi, io sono così poco propensa alla matematica che mi imbarazzo anche davanti a un'espressione con le graffe aiutando mia cugina di tredici anni.
Eppure questo libro l'ho adorato. Se davvero la matematica fosse un problema non l'avrei divorato in due giorni. Due giorni su Marte. Ok, magari certe cose sono un po', ehm, ostiche? Ma il punto è che Mark Watney vi spiega quel che fa. D'altronde non ha altro da fare.


Il suo equipaggio lo ha involontariamente abbandonato sul pianeta rosso credendolo morto. Ma Mark non lo è affatto. E sì, si trova in una posizione poco confortevole, per dirlo con parole sue "I'm pretty much fucked". Ma di morire non ha per niente voglia. 
The Martian è geniale perché è lontano dallo stereotipo del drama ambientato nello spazio, fatto di frasi fatte (ehm, Interstellar? Nooo, chi l'ha detto?), lacrimoni e ansie su ansie su ansie. 
Mark è tremendo, in senso buono. È ingegnoso (coltiva patate, crea acqua e ossigeno, per dire), ma è sopratutto divertente. Perché quell'ansia da sci fi bellissima c'è (insomma, questo o muore di fame o di qualcosa ci sta che schianti sicuro visto che gioca al piccolo chimico di continuo), ma lui è ironico, impertinente. 
"I chipped his sacred religious item into long splinters using a pair of pliers and a screwdriver. I figure if there’s a God, He won’t mind, considering the situation I’m in. If ruining the only religious icon I have leaves me vulnerable to Martian vampires, I’ll have to risk it."
E sta qui il punto a favore di un realismo agghiacciante. Lui ha paura. Spesso. Ma è umano. E quello che riesce a fare (coltiva le patate ragazzi, le patate! Questo libro lo dovete leggere quando l'autostima l'avete sotterrata in un forziere in giardino) è reso ancora più verosimile grazie a questo.

E poi boom, spunta la Nasa. Perché effettivamente un romanzo intero solo sui suoi aggiornamenti avrebbe poco senso no (ed è effettivamente ho scoperto che molte persone non lo leggono anche per questo "Nel libro sarebbe più noioso). Col cavolo. Avete mai sentito parlare di ironia tragica? Ecco che cosa succede quanto spunta la Nasa. 
Volete comunque un po' di drama? Nessun problema, non vi sarete mica dimenticati dell'equipaggio che lo ha abbandonato su Marte. Il loro POV dove lo volete mettere?

Leggete questo romanzo! Dio santissimo, leggetelo! 

"My asshole is doing as much to keep me alive as my brain."
Visto che arriva Marty McFly immagino che una guida non vi faccia male. 
Essendo un'appassionata (ehm ehm, se non un'esperta) dei viaggi temporali (ovvero, essersi fritti il cervello molto tempo fa ormai), vi do giusto un piccolo aiuto. Questo.


Questo libro è fenomenale. Non sto neanche a dire che è uno dei libri che salverei nel caso di apocalisse zombie, invasione di manichini killer, diluvio universale e altre robe tranquille. 
Esatto, è un manuale. Bellissimo. 
Dopo avervi avvertito che sarebbe meglio posare il libro su una panchina e correre via veloci, verrete introdotti al viaggio nel tempo ovvero un "saucy multilayered burrito". 
Niente scherzi. Si parla di teoria della relatività e dei sempre adorati (e sfruttatissimi) wormholes. Concetti base insomma. 


Come ottenere il veicolo perfetto per il vostro viaggio temporale, e le leggi che riguardano il viaggio nel tempo stesso, aka la parte che dovreste sapere a memoria, meglio della tabellina del sette (che è la più simpatica secondo me). 
Paradossi e corollari. Imparateli e poi la prossima volta che vedrete un film con un bel viaggio nel tempo saprete notare tutte le falle. 
E infine, come sopravvivere a diversi scenari. Per dire, finite nel Giurassico?


Procuratevi questo libro. Ben fatto, spiazzante, e con delle note che vi faranno cadere dalla sedia. 

Sono una pessima persona visto che ogni wishlist viene seguita pochissimo (cioè nulla, nada, zilch). 
Però vi assicuro che questa è seria, serissima. Molto.

  • L'Aleph, Jorge Luis Borges. Se ancora non si fosse capito ho perso la testa per Borges dopo aver letto Finzioni. C'è qualcosa di veramente magnetico e allo stesso tempo fin troppo mistico per non impazzire durante la lettura e sì, L'Aleph mi aspetta in libreria visto che mi sono fatta prendere mezza produzione di Borges (ehm ehm, aurea mediocritas, come no).
  • Il gigante sepolto, Kazuo Ishiguro. Volevo comprarlo in lingua originale e poi niente, un sacco di gente mi era venuta a dire di lasciar perdere. Ma a me non me ne frega poi così tanto.
  • On writing, Stephen King. Quando ho saputo che sarebbe stato ripubblicato (17 novembre con Frassinelli) mi sono messa a cantare. GRAZIE. Le mie preghiere (aka insulti) arrivano a qualcuno evidentemente. 
  • Il principio del piacere, Jose Emilio Pacheco. Non so perché ma da quando ho visto la copertina ho deciso che devo averlo. Documentandomi sulla trama (perché sì, sto male ma la trama la leggo) mi sono resa conto che non mi sbagliavo. Anche questo stavo per comprarlo, poi mi sono resa conto che i soldi mi servivano e che per questo il mondo è troppo crudele anche per un'infame come me. 
  • Accettazione, Jeff Vandermeer. Devo spiegarmi? 



Se tutto va bene spendo un sacco di soldi (as usual). 
Questo libro è meraviglioso. Ok, magari non ve ne frega niente a voi della fotografia erotica, e vi da pure fastidio che ne so io (io sono tipo ossessionata ma vabbè e ve lo dico che questo libro è essenziale), però sul serio, dategli una chance ugualmente magari. Allargate i vostri orizzonti (ehm). 



  1. Questa è una nuova edizione, riveduta e con molti più artisti rispetto alla precedente. Il compito di scegliere chi e cosa è stato affidato a Dian Hanson (che cura le collane Taschen dedicate all'argomento sessualità) e Eric Kroll (fotografo, che è tipo fantastico, imho). Il loro interesse è rivolto ad artisti che non mostrino semplicemente peni in erezione, fetish tanto per, o sesso brutale, ma a quelli che hanno cercato il coinvolgimento e hanno provato a rappresentarlo al meglio.
    "Erotic photography, on the other hand, should show the body in believable positions and, hopefully, equipped with most original parts. More important, it must capture genuine emotion on the model's face. Ideally, we'll see her pleasure at sharing herself with the viewer, but I will accept embarassment, uncertainty, even anger, as long as there's something looking back at me to say a living, breathing woman was part of the photography process."
  2.  Il processo, ce lo spiega Eric Kroll è stato quello di chiedere a tutti gli artisti come scegliessero le modelle, cosa in particolare riesce ad smuovere in loro l'eccitazione adatta per uno scatto. Il concetto di ridefinire l'erotismo è costante. E trattato benissimo. Quindi vi ripeto, allargate i vostri orizzonti con un po' d'arte.
  3. "Erotic photography can be pornography but pornography is seldom erotic."A tutti gli artisti è stato  anche chiesto di definire il confine (se c'è, dove si trova) tra erotismo e pornografia. "Do I recognize a line between erotic photography and pornography, and if so, where does it lie? It doesn't lie."
    Alla fine si tratta della bellezza forse?
Dio mio, settembre. Praticamente questo mese è volato tra noie, piacevolezze e programmi di cose belle. 
Per quanto riguarda le letture ammetto con giubilo che quello che ho letto mi è stato tutto consigliato. Sono entrata in libreria e mi son fatta consigliare, come al solito ovviamente, ma alla fine ho ascoltato e non ho acciuffato un libro che alla fine avrei scelto da sola. Giubilo perché ho letto tantissima roba bella. E quindi.
  • Nudi e crudi, Alan Bennet. Una sghignazzata alle spalle della decenza. Quando ai coniuge Ransome "scompare" casa (tutto sparito, anche gli avanzi della cena) accade a entrambi qualcosa di strano. Quella maschera di decenza che avevano addosso sembra scivolare via, mentre entrambi confusi cercano di farla aderire ai loro volti composti. Si ride un sacco e ci si rende conto come anche senza far niente si può essere persone davvero brutte.
  • Il soccombente, Thomas Bernhard. Tre elementi, tre pianisti, tre virtuosi. Ma solo uno di questi è davvero, perché appunto è, il migliore. Glenn Gould. L'io narrante condivide con il lettore un'angoscia che è un monologo infinito, da levare il fiato. La confessione di cosa sia un soccombente, l'analisi chirurgicamente spietata di un passivo aggressivo, il crollo umano di fronte all'arte. 
  • Finzioni, Jorge Luis Borges. Non ce la faccio a delirare di nuovo, andate qui, dai. 
Sono contentissima. Tra l'altro ora ho iniziato I Buddenbrook e lo sto adorando. 
Voi? 
Non è recensibile, almeno non da me. Io sono qua a parlare di quello che sento, che assaporo mentre leggo (e sopratutto divoro, visto il mio carattere violento) certi libri. 
E qui mi trovo davvero davanti a qualcosa di difficile persino da raccontare così, rilassata grazie all'aria fresca di settembre, senza sentirmi in ansia perché a me piace solo far sapere qualcosa. 
Insomma, Finzioni. Potrei elencare parole a caso come Silente, sostituendo a Pigna Pizzicotto Manicotto Tigre parole come estasi, irrealtà, anatomie, perdenti. Ma non avrebbe senso comunque.
Il fatto è che credo di dover recuperare tutto Borges comunque perché quello che ha da darmi è davvero importante credo.



I temi di questi racconti (se così si possono definire) sono numerosi, ma hanno comunque il comune denominatore dell'irrealtà. La finzione e l'artificio (guarda caso) sono appunto alla base di quello che passerà sotto i nostri occhi meravigliati.
"Procedimento migliore è quello di fingere che quei libri esistano già [...] Più ragionevole, più inetto, più pigro, ho preferito scrivere note su libri immaginari"
L'irrealtà parziale dell'esistenza, del racconto stesso emerge da Don Chisciotte, mentre una creazione del tutto completa (ma non del tutto perché scardinata da una realtà totalmente vera e tangibile) è quella di Le rovine circolari. L'inganno si nasconde dietro volti sfigurati, dietro sette forse un po' ridicole.

Il mondo, l'esistenza, è posto su piani infiniti, tutti possibili, molti assurdi. 
"In tutte le finzioni, ogni volta che un uomo si trova di fronte a diverse alternative, opta per una di esse ed elimina le altre; in quelle del quasi inestricabile Ts’ui Pen, opta - simultaneamente - per tutte. Crea, così, diversi futuri che a loro volta proliferano e si biforcano. Fang, diciamo, ha un segreto; uno sconosciuto batte alla sua porta; Fang decide di ucciderlo. Naturalmente, ci sono vari scioglimenti possibili: Fang può uccidere l'intruso, l'intruso può uccidere Fang, entrambi possono salvarsi, entrambi possono morire, eccetera. Nell'opera di Ts'ui Pen, si verificano tutti gli scioglimenti: ciascuno di essi è il punto di partenza di altre biforcazioni. A volta, i sentieri di quel labirinto convergono; ad esempio lei arriva in questa casa ma in uno dei passati possibili lei è mio nemico, in un altro mio amico."
Tuttavia lo schema non è mai drastico, ma solamente ininterrotto, da assaporare ogni volta, ogni finzione ha un "sapore" diverso.
Il dramma quasi ironico di questo creazione di creazioni è spesso palese, come ne La lotteria di Babilonia. La realtà è solo un gioco d'azzardo. Chi la regola è sfuggente, quasi evanescente ormai. 

Borges ci offre il preludio a una realtà da affrontare che spesso è tenace, spesso ancora più infima. Queste creazioni, i libri nei libri, i sogni rinchiusi in menti umane che aprono nuove porte su diversi mondi, sono armi contro una lotta eterna contro il tempo e lo spazio.
Io qualche conoscenza passivo aggressivo l'ho avuta, e posso dire che sì, sono terribili. 
Proiettori di ansia e sconforto, ma sopratutto, di un malessere indicibile e intollerabile, perché non nostro. 
Nel Soccombente abbiamo tre elementi, tre pianisti, tre virtuosi. Uno è l'io narrante (praticamente Bernhard stesso), uno è il soccombente (Wertheimer), uno è Glenn Gould. Ed è questo che annienta gli altri.
Tre pianisti talentuosi certo, ma solo uno è veramente. Ovvero Gould. Sono coinquilini, in parte colleghi, tutti e tre frequentano lo stesso illustre maestro di piano. Ma mentre il narratore e Wertheimer sono pianisti "e basta" Gould riesce a diventare in tutto e per tutto ciò che voleva essere. Il pianoforte stesso. "L'ideale sarebbe che io fossi lo Steinway, che non avessi bisogno di Glenn Gould, diceva, se fossi lo Steinway potrei fare in modo di rendere Glenn Gould del tutto superfluo".
E così è. L'annientamento dell'arte è palese. Gould sembra malato, rattrappito di fronte al pianoforte. Ma in realtà è una persona normale. Non fa arte, ma diventa arte. Perché non si è mai posto quesiti, perché non ha avuto paura, perché era qualcosa all'ennesima potenza. 
Ma lo ammetto, per quanto Glenn Gould sia maestoso è il Soccombente che sgomita affannoso tra le pagine per catturare il lettore. Wertheimer è invidioso, disperato, perennemente scontento. È il passivo aggressivo.
Perché Gould non gli fa niente di male. Ma nell'ottica di Wertheimer lo ha ferito a morte. Lo ha pugnalato. Per quanto si atteggiasse come un vero stoico Wertheimer ha compiuto un suicidio nel nome di nient'altro che dei suoi demoni. Della sua passività sempre pronta ad attaccare l'altro. 

E il narratore affronta un'accurata e chirurgica analisi di questi due elementi con un'angoscia esasperante, un monologo, una confessione che leva il fiato. Un'analisi in negativo. Non c'è mai un complimento, e in parte non c'è nemmeno ammirazione. 
L'unico tratto positivo sembrano quelle Variazioni Goldberg che hanno fatto crollare Wertheimer. Un virtuosismo doloroso.
Nudi e crudi è uno di quei librini piccolini che per caso fortuito ti ritrovi tra le mani, ti ci sprofonda il naso e sì, lo devi proprio dire, è un gioiellino.
La trama è semplicissima e distruttiva. I coniugi Ransome abitano nel centro di Londra. Ci viene subito spiattellato con il più punzecchiante dei sarcasmi che vivono una vita piatta, banale, scontata. Ci siamo capiti. 
Insomma, se ne vanno una sera all'opera e quando tornano a casa la casa non c'è più. I ladri che hanno colpito i Ransome infatti non si sono accontentati dei gioielli, di denaro, di uno dei pochi elettrodomestici. Hanno portato via tutto. La casa è sparita infatti. Niente soprammobili, mobili, tende, nemmeno gli avanzi della cena. Tutto sparito nel tempo di una serata ad ascoltare Mozart. 
Il sopralluogo della polizia è semplicemente meraviglioso. Se non sapete ancora ben definire l'umorismo inglese quelle poche pagine chiariranno magnificamente la questione.
E così il pedante e represso Mr Ransome e la sbiadita Mrs Ransome si trovano a partire da zero. 
Lei si costruisce una nuova "zona" nella "nuova" casa, una specie di comfort zone che diventerà ben presto un vero e proprio stato mentale. Lui invece compra un nuovo lettore cd. Ma è palese come mentre lei stia acquistando terreno, mettendo in moto ingranaggi umani arrugginiti dal tempo e da una relazione noiosa e sterile lui stia perdendo mordente. Il pedante e aggressivo avvocato londinese è ancora più frustrato, ma sopratutto confuso. 

Il punto è questo. I nodi verranno tutti al pettine, i fantomatici ladri, i misteriosi avvenimenti nel loro palazzo, ma quello che spicca su tutto è la risata che vi ritroverete a fare. 
Nudi e crudi non è altro che una bella sghignazzata alle spalle della decenza. 
Perché i coniugi Ransome sono entrambi persone bruttine, non fanno male a nessuno no, però sono esseri umani tristi da far male. Entrambi portano una maschera di finto decoro che doveva esser rimossa molto tempo prima di farsi svaligiare la casa. 
E la vera "sana" boccata d'aria fresca sarà ascoltarsi un filmino porno e saper ridere davvero.
Se nel post precedente sull'accumulare emotività a pacchi siamo stati presi per mano dalla Agus che ci ha fatto conoscere un amore delicatissimo e umano questa volta King ci piazza davanti al passato, e a come tutto quello che siamo alla fine ci accompagni, ma non per questo necessariamente ci debba condizionare.


Pensavo sarebbe stato piacevole, ma non così meritevole. Sento dire che Doctor Sleep è il sequel di Shining, questo mi fa storcere il naso. Lo leggo perché è King, ovvero per me il più capace narratore vivente, però ecco, mi giravano già un po' le scatole. Era necessario? Dopo averlo divorato posso dirvi che non solo è necessario, ma perfetto. Danny Torrance è ancora bambino nelle prime pagine, dove incontra il buon vecchio Dick di nuovo, perché la Signora Masey proprio non lo vuole lasciare andare, e ancora lo va a cercare lasciandosi dietro una scia putrida. Perché se si ha la luccicanza certe cose non si possono lasciare indietro, non come potrebbero fare altre persone.
Però poi Danny diventa Daniel e diventa come suo padre. O meglio, la versione ridotta all'osso di suo padre, alcolizzato e pure triste. 
Eppure Daniel è diventato ciò che gli spetta. Ha visto cose, affrontato altre cose, perso un padre e una madre. Non è banale, non è ad hoc. Non perché è il bambino che è scampato al disastro dell'Overlook, ma perché è successo come direbbe il Dottor Lecter. 
E King sottolinea quest'umanità che trascende da qualsiasi cosa possa esser successa tra le mura di quell'hotel maledetto inserendo un secondo trauma nella vita di Daniel, molto più umano rispetto a una donna marcia in una vasca. 
Daniel viene dilaniato da molti avvenimenti, ed è così che cerca un nuovo inizio. 

Così diventa Doctor Sleep. Ed è qui il fulcro di tutto quanto. Se Shining era un'immensa caduta, un crollo annunciato, Doctor Sleep, Daniel stesso appunto, parla di accettazione. Di rimettere a posto i pezzi, facendosi carico di ogni cosa successa o capace ancora di succedere. Così lui deve accettare di essere Doctor Sleep, Abra Stone di esser sua allieva.
E i bad boys della situazione sono i mostri che servivano. E mai ci verrà spiegato precisamente perché sono così, perché devono fare quello che fanno, ma sarà sempre chiaro che è una loro scelta. "Hanno pensieri da rettile". Non sono più uomini, e così hanno fatto la loro scelta.
Il fatto che sia una nuova storia non comporta però che l'Overlook e Jack Torrance siano estranei alla storia. Abbiamo di nuovo l'alcolismo, il mancato controllo della rabbia (ghigni e sogghigni per niente teneri), nuovi inizi che potrebbero fallire miseramente, e appunto Il Vero Nodo. Perché c'è differenza tra "i fantasmini" che no, non vogliono andarsene, hanno ancora qualcosa da dire, magari a ragione, e questi mostri che sono solo vuoti, gusci vuoti con la sola ragione di voler sopravvivere per forza.

Insomma, perché leggerlo? La risposta adatta è: se avete letto Shining, perché no? 
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