Paper Moon
Quando viene pubblicato un nuovo lavoro di Amélie Fléchais è impossibile starsene con le mani in mano. Dopo Lupetto Rosso e Il Sentiero Smarrito non affidarsi all'autrice francese sarebbe un'autentica follia. Il suo talento nell'accompagnare il lettore in un mondo surreale dove si è leggerissimi, un mondo dove perdersi è la cosa più semplice del mondo e lo si fa anche volentieri, è unico. Ne L'Uomo Montagna viene affiancata nella sceneggiatura da Séverine Gauthier, di cui vi invito a cercare Haïda (storia che spero riesca ad arrivare anche qui da noi, Tunué dico a te!) e Garance, due lavori che come quelle di Amelie Flechais giocano con microcosmi meravigliosi. 
Il risultato del loro lavoro insieme è una nuova opera incantevole e delicata.
L'uomo montagna è la storia di un nonno che, appesantito dalle montagne che gli sono cresciute sulla schiena dopo i suoi innumerevoli viaggi, non riesce più a muoversi, e del suo nipotino, un bambino che ancora non ha nessuna montagna sul suo corpo, e che decide di partire alla ricerca del vento più forte che c'è, per far smuovere suo nonno per poterlo accompagnare poi in un nuovo viaggio. 




La storia, così come i precedenti lavori dell'autrice, contamina il racconto con degli aspetti favolistici. Il bambino affronterà un percorso ben preciso, un percorso da tracciare su mappa, incontrando diversi personaggi ognuno dei quali donerà lui un insegnamento. Tre personaggi, tre aiutanti, e una morale sottintesa. 
Ma rispetto a Il Sentiero Smarrito dove la natura era una componente mistica e selvaggia e aveva quasi una funzione scenografica in questo caso è invece protagonista. I tre personaggi che il bambino incontrerà saranno del resto un albero che gli insegnerà il valore della parola casa, dei sassi che sapranno sorprenderlo con il loro rotolare insieme, condividendo ciò che provano (sennò che senso avrebbe rotolare?) e il saggio re degli stambecchi. Ognuno di loro offrirà al bambino il suo punto di vista e lo porterà a completare così il suo percorso, arrivando così alla montagna più alta di tutte dove incontrerà il vento. 
L'uomo montagna è il racconto di come si possa, e come sia difficile in parte, affrontare e comprendere il percorso di una vita, una riflessione sul senso più profondo del significato della parola viaggio. 
Le radici e le montagne sono ciò che il bambino scoprirà di aver sempre avuto, ciò che avrà sempre, l'accettazione e la condivisione di tutto quello che si incontra durante ogni lungo viaggio o semplice percorso.



Il linguaggio degli autori è dolce, la narrazione armoniosa e suggestiva. La natura è vivida nei suoi colori più puri e onirici, quelli che illuminano le favole più sincere. Quando insomma la parola incanto non è usata a caso. 

| Séverine Gauthier e Amélie Fléchais, Tunué, pp. 56, 
  Tunué/Amazon



- Che facciamo ora Bob?
Ecco, possiamo cominciare a parlare di Mucho Mojo Club a partire da qui. Perché sta tutto qui dentro. Una raccolta di undici autori cattivissimi, stelle oscure del thriller internazionale. 
Chiedere a Bob cosa facciamo ora ci catapulta in un universo sporco, malandato, corrotto e crudele. Lo abbiamo davanti Bob mentre consulta un taccuino cercando di capire come risolvere un terribile omicidio. 





Perché quello che conta è proprio questo, l'atmosfera. Se non ci cadete dentro a questi racconti, se non siete capaci di farvi bendare e abbandonare in una strada deserta lasciate perdere. Ma non sapete quello che vi perdete. 
Fuga continua di Jeremy Robert Johnson vale da solo il biglietto (autore che io non conoscevo, e che adesso voglio recuperare tutto, tutto, perché dio mio!).
Un racconto potente e sublime, perfetto fino all'ultima dolorosa scoperta. Tutto è sbagliato, e va bene così. Johnson è l'evoluzione della cattiveria di Palahniuk a mio parere, e questo lo rende un autore da divorare in una nottata. 
"Una notte ti sei trasformato in una creatura inquietante, sei strisciato nel suo appartamento quando sapevi che stava per iniziare il suo turno al Sassy’s Bar. Ormai eri un esperto nello scavalcare le finestre, il caldo estivo le faceva tenere aperte a tutti. Ti è sembrato che ci vivesse appena lì dentro, se si escludevano il suo futon disfatto e l’esplosione di vestiti dappertutto. Hai lanciato due paia di mutandine nel tuo CamelBak e sei corso a casa per il festival delle seghe epiche. Hai stretto il perizoma di pizzo giallo alla base del cazzo; poi hai annusato il paio di cotone blu e te lo sei sbattuto fino allo sfinimento. Non sei mai rimasto a corto di fantasie – le tue preferite riguardavano lei che si introduceva nelle case con te, violando ogni stanza."
Poi c'è Jenny di James Oswald, racconto che fa parte della serie dell'Ispettore McLean ambientata a Edimburgo. Una narrazione di una precisione incorruttibile. Bisogna saper tenere il fiato per molto tempo però, siete avvertiti. 
Leggere Mucho Mojo Club è un'esperienza potente, vivida. È una raccolta costruita in modo tale da voler costringervi a smettere di leggere però no, non potete proprio farne a meno. 
Se Orwell in Decline of the english murder rammenta che il crimine perfetto è quello costruito su una base sociale, causato dalla vostra scorretta posizione in un microcosmo ben definito, dal caos famigliare, dall'adulterio, leggendo questi racconti sarebbe stato più che soddisfatto, da Jenny a Favori di Jon Clifford. 
È possibile costruire luoghi affascinanti perché perduti, luoghi che mai avreste potuto conoscere sotto quella luce malsana.
E fu così che dalla mia immaginazione, e grazie ai racconti di Billy e alle esplorazioni in sua compagnia, sorse un’altra città, più concreta e vivida di quella che credevo di conoscere: una città oscura. Una città di reietti che riluceva d’una maestosità guasta: un’architettura della sconfitta di gran lunga più monumentale del brulicante triangolo di negozi e uffici accatastati tra le stazioni ferroviarie e inconsapevolmente lambito dalla grandiosità del suo passato. (La fuga di Billy Micklehurst, Tim Willocks)
Ma si può anche scivolare lentamente nel male, nell'ignoto (perché in fondo si tratta anche di questo no? Di perdersi è basta, senza voler ritrovare l'uscita), per questo in fondo alla raccolta si trova quello che è molto probabilmente il vero momento di terrore, quello originale e completamente puro: Il sangue dell'agnello di Jon Connelly. 
Quindi fatevi abbandonare per strada, entrate in un edificio poco raccomandabile, non temete il buio. Ci sono un sacco di cose che si nascondono lì dentro. 


Draghi, villain, eroi, segreti, piani misteriosi. 
Queste sono le premesse di Nimona di Noelle Stevenson (Bao Publishing), e dico, solo per queste premesse alquanto semplici dovreste correre a leggerlo. Il punto è che per quanto appunto possa apparire semplice il soggetto di questo fumetto leggerlo in realtà vi provocherà emozioni ben più forti. 



Nimona è una ragazzina mutaforma (da gatto a drago, da essere umano a scoiattolo) che si offre volontaria per il ruolo di spalla del malvagio Lord Ballister Cuorenero, un ex cavaliere che ha accettato il ruolo di malvagio, di cattivo tra i più cattivi del regno, dopo aver perso un braccio durante la giostra contro l'amico Ambrosius Lombidoro (i nomi ragazzi, i nomi), diventato invece, ovviamente, paladino della giustizia e campione dell'Ente, una misteriosa società segreta che si occupa degli affari del regno. 
L'opera svela lentamente la sua trama, partendo da semplici gag tra Nimona e il suo boss, con il quale condividiamo il punto di vista, fino ad azioni potenti che porteranno verso un finale ad alta tensione, che dovrà rivelare cosa veramente si nasconda dietro l'ente, e sopratutto quale sia il passato, la causa, dei maestosi e terribili poteri di Nimona

Ma dietro all'intreccio si nasconde un percorso che porta all'accettazione di sé di ognuno dei personaggi, attraverso l'evoluzione dei rapporti, smaltendo rancori e frustrazioni tenute nascoste molto a lungo, e molto più crudelmente rispetto ai segreti dell'Ente. 
Ed è questo che chiaramente rende speciale Nimona, il suo essere una bomba emotiva a rilascio graduale, capace di farvi sghignazzare (non ridere attenzione, proprio sghignazzare, siamo insieme a un villain santo cielo!) fino a farvi chiudere il volume con gli occhi lucidi. 
Non pecca, mai, neanche una volta, neanche in una tavola. 

Noelle Stevenson ha creato un mondo dove magia e scienza coesistono nelle loro più sublimi manifestazioni. Non è steampunk, non è urban fantasy. È qualcosa di molto vicino al mondo di Adventure Time probabilmente, ma privo delle sue dinamiche casuali e governato invece da leggi precise e manifestazioni regolari. Ci sono roccaforti e mercati medievali insieme a schermi (volutamente pacchiani) per comunicare messaggi, ci sono draghi (e attenzione, i draghi sono creature che esistono, visto che Nimona è capace di tramutarsi in uno di loro sebbene abbia specificato "solo creature esistenti") e pistole laser. Laboratori e montagne che celano magie arcane.
E la dicotomia tra magia e scienza è espressa perfettamente nel rapporto tra Nimona, essere magico e misterioso per eccellenza, e Ballister, stratega che si affida completamente alla scienza per ideare i suoi piani.
Nel mezzo la misteriosa sfera creata da una scienziata: "Questo dispositivo, signore, è il primo a conciliare scienza e magia!"

I tre personaggi, Nimona e Cuorenero, ma anche Lombidoro, muteranno le loro ambizioni, dimostrando di non essere cattivi senza pietà o eroi bugiardi.
E sopratutto Nimona, che vedremo sempre attraverso gli occhi di Cuorenero dimostrerà di essere non solo una spalla divertente e chiassosa, una ragazzina esuberante e crudele, ma una vera e propria ragazza-mostro, molto più potente, molto più reale e vincente del classico stereotipo della donna donata di immensi poteri e per questo intoccabile e/o condannata. 
Per questo Noelle Stevenson ha dedicato quest'opera a loro, "A tutte le ragazze-mostro", a quelle capaci di scegliere da sole.
Faber di Tristan Garcia (NN Editore, traduzione di Sarah De Sanctis) è la storia di un uomo non convinto di essere tale. Faber è un diavolo, un demone esasperante, un profeta. 
La prima volta che lo incontriamo ha le sembianze di un uomo distrutto, invecchiato precocemente, putrescente, lo specchio di quello che era una volta. Lo sappiamo, sappiamo quanto è cambiato, anche se non l'abbiamo mai incontrato prima. La sua migliore amica Madeleine lo raggiunge nell'Ariège, sui Pirenei, per portarlo a casa.


Ed è così che Tristan Garcia ci fa conoscere Faber all'inizio, attraverso gli occhi dei suoi due migliori amici, che sono tornati al suo cospetto dopo anni, dopo aver ricevuto entrambi una lettura con una richiesta d'aiuto, una lettera scritta in un codice che solo loro conoscevano un tempo. Un codice creato quando Faber era potentissimo. 
Madeleine e Basile rievocano nei primi capitoli l'immagine di Faber di un tempo, Faber il distruttore. Colui che sì, li ha salvati entrambi dal bullismo, dalle continue prese in giro, li ha risollevati e ha cancellato e loro esistenze mediocri fornendo loro idee, congetture e, ovviamente, sé stesso, un amico irresistibile, un amico capace di qualsiasi cosa. 
Ma Faber crescendo è divenuto il male ai loro occhi, un capriccio, un insolente di cui essere solamente gelosi. Faber sembra essere ora crollato sotto il suo stesso peso, ma chi davvero sembra distrutto e avvelenato sono i suoi amici di un tempo. 
E quindi? Chi ha inviato quelle lettere?

"Il tono sconvolto di Maddie dall'altra parte del filo mi ha fatto capire che probabilmente avevamo commesso un errore: non aveva il sangue freddo necessario per riportarlo in città. Quanto a me, non avevo nemmeno avuto il coraggio di andare a prenderlo nell'Ariège."

Il romanzo, che gioca con il Faber del passato e quello del presente, flâneur incosciente in una città che si chiede come possa essere tornato derelitto, come possa essere ancora senza una corona, ha come sfondo questo insidioso mistero. Chi davvero ha spedito quelle lettere? Si tratta di un complotto che prende forma poco a poco, mentre la figura di Faber assume contorni ben precisi, così come quella dei suoi amici di un tempo. Al centro la fittizia città di Mornay negli anni novanta, con le sue novità e le sue battaglie politiche. Sorelle che se ne vanno in Erasmus, dischi mai sentiti, genitori che preparano la merenda. E le discriminazioni e le rivolte studentesche. Tutto sembra cambiare, lentamente, macinando il reale.

E bisogna a questo punto aggiungere che Tristan Garcia, oltre a saper narrare uno storia mostrando direttamente al lettore ciò che ha bisogno di vedere, è uno dei massimi esponenti del realismo contemporaneo. La storia è lì fuori. E Faber è reale quanto la storia stessa. 
Per me quindi più che distruggere Faber riesce davvero ad annichilire la realtà. A ridurla un niente. Faber azzera i suoi amici, i suoi genitori, le credenze. È un mutaforma affamato di realtà, ma allo stesso tempo è un essere umano inadatto, che stringe sé stesso e gli altri in una morsa soffocante.

"Lui, vestito da Mandrake, teneva nella mano destra il suo portafogli, quello con una foto di me a tre anni infilata sotto la plastica. Ha mormorato: «Mentre facevo il mio numero è riuscito a rubarmelo.. ti rendi conto?».
«Basile» mi ha posato la mano sulla spalla «il tuo amico... stacci attento, piccolo mio».
«Ma papà» ho protestato «con me è gentile».
«Volevo dire: veglia su di lui».
Poi mio padre ha messo via le sue cose da mago e non le ha mai più tirate fuori."

Faber è un demone manipolatore molto probabilmente, ma riesce a dimenticarsene, perché conscio della realtà. Per questo, pur non ottenendo praticamente niente, è un costruttore, molto più dei suoi amici, ancorati a una visione della realtà terribile, vittime di un incantesimo che Faber in realtà non ha mai lanciato davvero, per quanto le sue azioni sia state spesso terribili e meschine. L'unica che riesce ad approcciarsi a Faber è Estelle Wade, una ragazza che non lo teme, non lo onora di attenzioni mistiche come fanno Madeleine e Basile. 

"In mancanza di una testimonianza diretta, non c'era modo di confrontare la sua versione. Ma sentivo anche quanto esagerava. Non mi ero mai visto, percepito, o sentito così. È attraverso i suoi occhi che ero diventato così diabolicamente pieno di forza, di intelligenza persino di bellezza."

Questo romanzo parla a nome di una generazione, o molto probabilmente parla a nome di tutte quante. Delle emozioni che si ergono come ostacoli, del comprendere i cambiamenti attraverso il lento scorrere del tempo, il vero demone della storia. 

Se volete prendere una boccata d'aria fresca vi raccomando con piacere L'interpretazione dei sogni di Freud Astaire di Angelo Zabaglio aka Andrea Coffami (Gorilla Sapiens).
Però non fatevi ingannare dalla meravigliosa copertina sfarfalleggiante di Federica Ubaldo, questo romanzo tratta di perversioni succosissime. 



"Un po’ di tempo fa ho visto Forum su Rete quattro (scrivo quattro a lettere, che uno scrittore famoso una volta mi disse di non mettere mai i numeri a cifre in un racconto, che altrimenti il lettore esce dalla magia del libro, e da quel momento io presi il suo consiglio alla lettera)."

L'autore prende piccole cronache quotidiane, momenti di nullafacenza o azioni belligeranti e ne sottolinea l'irriverenza, la sconcezza e la disonestà. I suoi personaggi si mostrano insofferenti ma agguerriti nei confronti del lettore: lo spiazzano con le loro confessioni inaspettate e se ne vanno. Senza repressione alcuna. 
E per me, almeno, questa è una vera boccata d'aria fresca, quando un bel ghigno ti si distende sul volto. 

"E allora ho pensato che forse ero diventato Will Smith. Magari pure nero e col fisico scolpito da palestrato. Allora mi guardo le mani, ma sono bianche e non sono Will Smith. Peccato. Ma magari non ero diventato Will Smith, ma lo stesso il mondo era finito e io ero diventato leggenda, pure se non avevo il cane."

Ci sono esseri umani non collocabili, figure sospese in nonsense imperdibili, ci sono le minuscole perversioni di cui sono costellate routine di giocattolai, ragazze che devono assolutamente mettersi al volante, ma ci sono anche siti porno, ci sono i surrealismi impossibili ma spesso verosimili di quotidianità infinite. E Coffami/Zabaglio poi ci mette di tutto. Da Forum a Ai confini della realtà. 

"Secondo Paolo, lei s'è innamorata di lui, perché dice che gli fa il bocchino senza preservativo. Ma io non ne sono poi così sicuro. Insomma, pure mia madre fa il bocchino senza preservativo a miopadre, ma mica si amano."

L'interpretazione dei sogni sono piccoli brani mordaci capaci di risvegliare dal torpore, insensatezze da gustare un poco alla volta o tutte d'un fiato. Storia dopo storia la raccolta si arricchisce fino a formare una festa farneticante omogeneo in cui tuffarsi di nuovo, per ripescare, e riconoscere magari, la propria perversione preferita. 
Claire e Malù  di Tauro (Antonio Silvestri) e Kiaricola (Chiara Colagrande) è l'ultimissima uscita Tunué (Collana Tipitondi) e mostra al lettore il rapporto imprescindibile con quei compagni d'avventura fedelissimi e irrinunciabili, perché gli altri stavolta sono, come Malù, amici apparentemente silenziosi ma in realtà ben più loquaci di qualcuno davvero dotato del dono della parola.



Claire conta freneticamente i giorni che mancano al suo compleanno. Inaugura il mesevigilia con un concentrato di energia che ripropone ogni mattina, mentre i giorni sul calendario vengono strappati via. E ogni mattina c'è la sua cagnolina Malù (un maltese, mi pare) ad aspettarla tra il divertito e l'esasperato. Così, in attesa del grande evento (io, come Claire, ancora adesso a un mese esatto dal mio compleanno comincio ad annunciare la grande festa nel regno) si alternano tavole autoconclusive ad alto contenuto umoristico che ci avvicinano alla fatidica data. 
Tavole che portano in scena due elementi semplicissimi ma essenziali: la complicità e l'ironia che queste due facce toste riescono a mettere in scena. Caratterizzando dolcemente i personaggi con un tratto tondeggiante (Malù deve essere morbidissima, io che saluto tutti i cani che incontro mi aggrapperei alle sue orecchie) gli autori, grazie anche a una sceneggiatura forte sia dell'energia e dell'esuberanza di Claire ma sopratutto dei commenti marginali di Malù, sarcastica e irriverente, riescono sia ad accarezzare il cuore del lettore evocando ricordi dolcissimi o proponendo scene vissute quotidianamente, sia a farlo divertire con un umorismo quanto mai efficace. 

Il fumetto risulta così ben bilanciato. Tavole autoconclusive divertenti, dove la routine quotidiana fa da padrona, insieme a una storia che nel complesso parla con tenerezza sia ai bambini sia agli adulti (come del resto riescono a fare tutte le graphic della collana Tipitondi, che propongono storie ai più piccoli evocando immagini ed emozioni forti negli adulti).
Si tratta di un lavoro che offre un talento nuovo, fresco e divertente, una storia per tutti, perché tratta di un sentimento che tutti conosciamo, quindi qualcosa di semplice, dolce e brillante. 
Il Settimino merita più di una lettura molto probabilmente. Questa è stata la prima, carica di tensione, motivata dalla voglia di arrivare in fondo, risolvere il caso, sciogliere i dubbi. La seconda avverrà sicuramente a dicembre, sotto Natale (periodo in cui il romanzo è ambientato, io l'ho letto a luglio, ma me lo sono divorata ugualmente senza pietà), e sicuramente nella seconda lettura apprezzerò di nuovo la potenza di questa storia, scavando di nuovo tra gli intrighi e le infamie dell'Italia infestata e, ancor più realisticamente, corrotta di Fabrizio Borgio (Acheron Books). 


Quando un bambino nasce prematuro al settimo mese, nasce un Settimino, un essere umano dotato di oscuri poteri soprannaturali, chiaramente, fuori controllo.
Grazie a questa impronta horror Borgio costruisce un romanzo all'apparenza molto semplice: un omicidio, un giovane telecinetico allo sbando, un caso da risolvere. Ma non si tratta di un solo e piacevole orrore da gustare. Certo, non è nascosta la vena macabra e terribile, l'etichetta horror è quella che più si addice a Il Settimino. Ma il vero piacere provato nel leggere questo romanzo è quello che si prova quando ci si accorge di star vivendo una situazione ad alto tasso soprannaturale in una claustrofobica bolla di intrighi creata da un governo italiano marcio e corrotto. 

Affidandosi a un protagonista iconico, Stefano Drago è il tipico detective di un giallo ben costruito, vengono maneggiati temi spinosi, come la corruzione del governo, i segreti di Stato, insieme ai misteri affidati al DIP (Mulder approves). I problemi, pessima situazione governativa italiana e misteriose bambine piangenti si uniscono, andando a creare un quadro ben più complesso rispetto a quanto uno potrebbe aspettarsi da questo romanzo. 
Questo è il suo punto forte. Il Settimino è in grado di stupire il suo lettore snocciolando un intrigo al secondo, riassumendo il passato della storia italiana coinvolgendo lo spettatore in uno show di orrori ad alta tensione.

E questo che ci si aspetta da un horror (quasi fanta.politico in questo caso), ma Borgio ha affidato al DIP compiti ben più importanti, e a questo punto sembra quasi scontato aspettare un seguito delle avventure di Stefano Drago.
Quando Tunué pubblica una nuova graphic novel nella collana Prospero si preannuncia nient'altro che una grandissima storia da divorare.
Ed è proprio una grandissima avventura quella narrata da Walter Chendi in Maledetta Balena.


Giovanni Dardini è sia il giovane cuoco che congedato durante la guerra viene spedito su una nave ormeggiata in un canale del nord, sia l'ottantenne malato terminale costantemente sotto morfina, scampato a qualcosa di molto grande che non riesce a ricordare.
Entrambi, il Giovanni del passato e quello del presente, cercano qualcosa e trovano in mezzo a un'immensa attesa insopportabile una grande avventura.
E parliamone ragazzi, sono due percorsi che sembrano non condurre in nessun luogo, ma che in realtà lo porteranno molto lontano.

Il Giovanni che si trova nel 1943 a bordo della Kosbörg, una nave ferma ormai da tempo a causa della guerra (doveva essere venduta ma l'affare è andato a monte, un piccolo equipaggio la mantiene in funzione) si trova invischiato in qualcosa di molto sospetto e, chiaramente, molto pericoloso. Il punto di svolta, il momento in cui tutto cambia (quando insomma bisogna cominciare a correre davvero) è quando incontra la figlia del capitano, membro nascosto a tutto il resto dell'equipaggio. 
La storia si fa sensuale, quasi divertente. 
Ma è chiaro, in una grande avventura non tutto va per il verso giusto.


La linea temporale passata si unisce poi a quella del presente, dove Giovanni passa il suo tempo bloccato in un letto d'ospedale, insieme a dei ricordi vacillanti e a dolorosi momenti di lucidità che lo porteranno ad affrontare di nuovo la realtà, intraprendendo una seconda grande avventura.


Walter Chendi ci offre una bellissima storia, sensuale, tragica, capace di ricordare un grandissimo romanzo americano, grazie a una narrazione sincera ed a uno stile curato da dettagli preziosi (il lettering!), tratteggi che riescono a rendere la narrazione onirica (il mare a momenti sembra quello fin troppo brillante dei nostri sogni) ma allo stesso decisa e crudele (quel maledetto calendario con le sue giornate di un luglio che non passa mai). 
Certi momenti troppi silenziosi si uniscono ad azioni che possono cambiare intere vite, attimi sospesi insieme a crudeltà fin troppo reali.
Ma alla fine siamo convinti e davvero certi riguardo tutto quello che è accaduto, siamo accanto a Giovanni su una nave troppo silenziosa, in una piscina vuota, di fronte allo scadere di un tempo che sembra non appartenere più a nessuno e accanto a un gabbiano che sembra preannunciare troppe (o forse poche) possibilità. 
La materia oscura di Michelle Paver è un libro affascinante. Non avevo mai sentito parlare di quest'autrice, lo ammetto, e sono rimasta piuttosto sorpresa quando ho scoperto che sono opera sua diverse saghe, spesso legate all'antropologia. 
Ovviamente mi ha catturato la trama. Nel 1937 una spedizione a scopo scientifico di cinque uomini si organizza per partire verso Gruhuken (solamente il nome evoca un qualcosa di spaventoso e gracchiante), isola nell'arcipelago delle Svalbard. Il protagonista, Jack Miller, di cui leggeremo il diario sempre più delirante, accetta il ruolo di operatore radio. Parte controvoglia. I suoi compagni appartengono all'alta società, sono ricchi, intraprendenti, e lui si sente a suo modo un reietto, a disagio. Orfano, povero, senza speranza alcuna di ottenere un qualche successo nella vita. Ma è subito chiaro quanto Jack sia a modo suo brillante. Grande osservatore, acuto, curioso. Alla fine parte, ma è subito chiaro quanto la spedizione sia condannata. Partono in cinque, ma a causa di alcune circostanze solo tre arrivano a Gruhuken. 
E non ci arrivano a cuor leggero. 


Si respira subito l'aria di disagio. Gruhuken è già minacciosa, in un modo sottile. L'equipaggio cerca di dissuadere la spedizione come fanno i poveri contadini con Jonathan Harker in volta verso il castello del Conte. 
Capiamo cosa sta per succedere. Anzi, sappiamo precisamente cosa sta per succedere visto che il prologo che abbiamo letto qualche pagina prima è una lettera scritta dieci anni dopo da uno dei sopravvissuti.

Dal momento in cui ha inizio la loro permanenza sull'isola prende vita un meccanismo di difesa, Gruhuken attua un vortice di terrore. 
Due sono i veri elementi di disagio: il buio e il silenzio. 
Paure primordiali che in questo posto prendono vita e attaccano lo sprovveduto che cerca di sopravvivere con una precisione chirurgica.
La maggior parte dell'anno a Gruhuken si svolge nel buio completo. L'ultimo sole tramonta ad agosto, e da quel momento bisognerà attendere sei mese per vedere una nuova alba.
Può sembrare una sciocchezza, ci sono le lampade, le notti stellate, i sigari e il whiskey. Ma la follia si insinua nel verde pallido a cui si abituano gli occhi poco a poco. E l'ancora più terribile silenzio, quel terrore nascosto persino nello scricchiolare dei propri passi sulla neve.

E la cosa incredibile è che Jack Miller ci viene inizialmente presentato come un uomo di ventotto anni che cerca proprio questo, qualcuno che vuol vedere nel cuore delle cose.
Senza amici, scontroso. Ma le cose cambiano e quando Jack rimane solo ovviamente impazzisce. 
Ed è tutto più tremendo se c'è di mezzo il rar. 
"Armstrong liquida tale condizione come una “stranezza” che capita ad alcune persone allorché si trovano a trascorrere l’inverno nell’Artico. A suo dire, si tratta semplicemente di bizzarre abitudini, come accumulare fiammiferi quasi fossero un tesoro prezioso, o controllare ossessivamente le scorte."
L'infestazione presente a Gruhuken è qualcosa di molto potente, poichè è legata alla memoria del luogo. Al suo passato. E i posti ricordano, le memorie prendono vita.

Alcuni passaggi sono davvero subdoli. Non ho trovato quella somiglianza con Lovecraft che molti citano nelle recensioni (no ragazzi, solamente perché un poveretto perde il cervello questo non sta a significare che boom! sia come Lovecraft), ma mi ha scioccamente ricordato alcuni giochi per pc a cui ho giocato parecchio tempo fa. 
Alla fine la sopravvivenza è legata alla routine e Jack comincerà a comportarsi come un ossessivo compulsivo. Mani poste in luoghi precisi mentre si cammina nella neve, orari ben definiti, il grattare familiare degli husky. Ma se qualcosa cambia? Se ci fossero cose che in quell'immobilità assoluta sembrano prendere vita? 

Alla fine mi sono divorata questo romanzo in praticamente ventiquattrore.
E qualche pecca c'è. Il diario di Jack alcune volte suona artefatto. Nessuno scriverebbe davvero cose simili, e non parlo del delirio, ma dei passaggi in cui ancora è lucido. 

Ma la pecca peggiore è che non c'è un vero e proprio climax, cosa che in una storia del genere deve esserci. Questa mancanza accompagna un finale un po' scorretto infatti. Non doveva finire proprio così. 

Ve lo consiglio comunque. È un buon libro, ricco di suspense, di paesaggi descritti con una semplicità disarmante ma capace di affascinare comunque. 



Ci ho messo un po' a farmi piacere I capelli di Harold Roux. Le prime venti pagine sono state lette con un naso un po' troppo arricciato. Il naso da "ah, sì? Che bravo". Ma non perché alla fine tutto si riduce a una mastodontica operazione metaletteraria. Ma perché trovavo indigesto lui, Aaron. Poi ho capito, si trattava della Sindrome Clara Oswald. 
La Sindrome Clara Oswald recita "se non ti piace un personaggio è perché non riesci ad accettare che in parte ti assomigli". Esattamente. Quando l'ho capito ho divorato il libro. In realtà vi do un consiglio, non divoratelo, prendetevela con calma. Ma io non dormo la notte, qualcosa dovrò pur fare. 


La storia di Aaron Benham è la storia della sua controparte cartacea Allard Benson, protagonista del romanzo che sta scrivendo, "I Capelli di Harold Roux". Romanzo che ammette essere in parte autobiografico (del resto impossibile celare la somiglianza tra lui e il suo alter ego). Allard è disinvolto, apolitico, intraprendente e sprezzante. Ma nella storia di Aaron c'è anche il romanzo che sta scrivendo lo stesso Harold Roux, bigotto, ingenuo e talmente insicuro da portare un parrucchino dopo aver perso i capelli in guerra. Ma poi c'è la storia che Aaron stesso racconta ai suoi figli prima di dormire. 
L'impressione che si ottiene non è comunque quella delle scatole cinesi, non si tratta di una semplice matrioska da aprire e aprire di nuovo. È una visione che prende vita, una scena che continua ad allargarsi, ad accettare esseri umani e scelte che vanno avanti o vengono interrotte, e in fondo si tratta di un'unica vita, un'unica esperienza più o meno reale.

Sembra passare in realtà pochissimo tempo, come se si trattasse di una lunghissima giornata, un lungo discorso che Aaron tiene con sé stesso, riguardo alla crescita e alle scelte sbagliate, alle paranoie, riflettendo sul tempo che vive e che ha vissuto.
C'è la ricerca di un senso, di un fine, mettendo accanto storie e relazioni umane, e quello che succede mentre le osservi (o mentre vuoi far finta di non vedere).




Ecco come riuscire a parlare di orrori lovecraftiani in maniera nuova e pungente. 



Il punto è che a voler parlare dei Grandi Antichi in un contesto moderno si rischia sempre di creare un'atmosfera fin troppo artefatta, per niente affascinante, ovvietà in contesti banali. 
Ma Vergnani è riuscito a superare l'ostacolo giocando con le scatole cinesi. 
Due ironiche guardie del corpo vengono assunte da un professore diretto a Innsmouth, o meglio, la sua riproduzione per divertire "i gonzi" come vengono chiamati da Vergy. Edifici fatiscenti, tempio consacrato a Dagon, abitanti dagli occhi ipertiroidei, insomma, tutto il pacchetto completo. 
Questa scelta ha aggirato tutti i problemi ed è riuscita a far evitare il disastro. Nessun tentativo di imitare il buon Howard, ma piuttosto una storia innovativa, divertente ma allo stesso tempo piena zeppa di orribili realtà. Il risultato è insolito, quasi caustico, ma non per questo dissacrante.

«Voi forse vi credete dei cacciatori di mostri. Ebbene, sapete qual è la novità? Non lo siete. Non lo siete perché credete che la cosa sia nobile e interessante. Niente di più sbagliato. Cacciare i mostri non porta alla gloria. Nel novantanove per cento dei casi porta a guardare i fiori dalla parte delle radici.»

Vergnani è riuscito a ricreare le atmosfere viscide, i vicoli bui, le stanze maleodoranti di Innsmouth intensificando la realtà con le battute oscene di Vergy e Claudio, giocando sull'equilibrio tra l'ignoto e l'occhio critico di qualcuno che ne ha già viste tante e ne ha avuto abbastanza, tra il timore che ci sia veramente qualcosa di più grande, di tremendamente orribile, e il troppo umano. 

Le dinamiche sono quasi cinematografiche, ma non per questo ovvie. Verrebbe da dire che questo è il libro da leggere quando si vuole staccare un po' la mente, ma in realtà non è solamente questo. 
Il fatto che questo romanzo faccia ridere non implica il fatto che ci si possa permettere della disattenzione. Il soprannaturale c'è, il timore di vedere qualcosa di insolito dopo aver svoltato un angolo è onnipresente. 
Dunwich edizioni si conferma portavoce di un horror intenso, che crea dipendenza.
Lovecraft's Innsmouth è il romanzo da leggere se si è amanti di Lovecraft o se più generalmente si ha bisogno di una sempre sana scarica di adrenalina. 

Come si fa a non amare sin dall'inizio una graphic novel della collana Tunué Tipitondi (sinonimo di dolcezza) che si chiama Timothy Top Libro Uno: verde cinghiale? Sopratutto perché questo nome allitterante da supereroe è quello di un bambino che vuol salvare il parco cittadino.



Timothy è un bambino con un sacco di problemi, quei problemi che quando sei piccolo ti fanno rimpicciolire ancora di più. I genitori sono distratti e litigano costantemente e lui rimane in disparte, in salotto, con la sorellina più piccola. Se esce di casa per andare a scuola la situazione peggiora. La maestra lo mette ogni giorno in imbarazzo davanti a tutta la classe perché lui "se ne esce con le sue idee strampalate".
Le giornate di Timothy sono una routine fatta di insicurezze, di prese in giro e immensi momenti di silenzio. Silenzio reso alla perfezione. 
Tutto è conformizzato. Quando quello che un bambino vuole, giustamente, è poter immaginare, poter fare nuove esperienze, poter avere un suo tempo e un suo spazio (letale e doloroso il "non abbiamo tempo" che gli viene dato in risposta dal padre).
E come può sopravvivere? Chiaro, come abbiamo fatto tutti (e continuiamo a fare, sicurissima di questo): diventa un supereroe. Nei suoi sogni a occhi aperti o meno è lui che risolve la situazione. Ha un costume, un alleato, un grido di battaglia. 



Poi c'è la svolta. 
Mr. Plumbee (un nome una garanzia) vuole costruire al posto del parco cittadino (sede di Little John, maestoso albero che sembra custodire i ricordi più dolci di Timothy e di molti altri) un nuovo parco in "cemento colorato e bellissimo" dove "le piante sembreranno vere". 
A questo punto la routine di Timothy viene spezzata, compare l'elemento magico e lui diventa veramente un supereroe. E avrà anche un fedele alleato, degno del paladino che resiste per la natura a nome di tutti: un cinghiale. 
C'è da dire anche che lo stile di Gud (Daniele Bonomo) è perfetto. Un po' sgraziato, sa regalare a ogni personaggio un tocco indistinguibile (Mr. Plumbee tra tutti), e l'uso differente del colore, soprattutto nelle splash-page rende le parole non necessarie. 


Timothy Top è sicuramente una fiaba che parla del rispetto per la natura e per il prossimo, ma è anche una lezione. 
Quando le persone sembrano essere lontane, sembrano non capire, tu devi osare. Prova a parlarci. Prova a dire quello che pensi. Fai loro comprendere il perché. 
C'è chi si arrende di fronte a una piantina che sfiorisce e c'è chi si lancia per salvare uno scarabeo.


Ci ho messo un po' per finirlo. Anzi, diciamo la verità, non volevo finirlo e di conseguenza mi sono trascinata questa lettura più a lungo possibile.


Accettazione, diciamo subito per non scoraggiare nessuno, è la degna conclusione della trilogia dell'AreaX (Southern Reach Trilogy in inglese, e a ben vedere).
I punti di forza di questo romanzo sono diversi. In primis quelli che abbiamo già apprezzato con sommo terrore nei capitoli precedenti.

L'orrore continuo dell'Area X. Un ambiente che non è altro che un essere vivente, una mutazione continua, un groviglio di esseri stranianti, di sensazioni in grado di compromettere l'essere umano senza possibilità di ritorno. 
“Quando hai deciso di entrare nell’Area X hai rinunciato al diritto di dire che una cosa è impossibile”.
Del resto Accettazione è la sintesi dei primi due romanzi. Il primo ambientato solamente nei confini dell'Area, una mappa piena di anomalie topografiche e sentieri che portano a solo nuove domani, il secondo ambientato invece tra le mura della Southern Reach. 
Ormai è tutto corrotto. L'Area X del resto è la protagonista, e in questo romanzo ancora di più.

Ed è qui che diventa palese la potenza di questo romanzo agghiacciante. 
L'Area X è ormai diventata il territorio delle scelte. Non ci sono meccanismi precisi, o meglio, forse ci sono ma non sono comprensibili. Ci sono solo confini in espansione, una macchia che si allarga annullando ogni conoscenza umana, ogni dato, ogni prova. L'Area X è più cosciente ora, più attiva, più aliena (e alienante), perché sa quello che fa ormai. Sa ciò che deve fare. 

Ma quello che lo Scriba forgia è vero. Perché "tutto giungerà alla rivelazione".
E ancora una volta Accettazione ci prende a schiaffi. Perché se l'Area X è ancora più incisiva e anche grazie al fatto che abbiamo diversi punti di vista stavolta. Tutti i nodi vengono, parzialmente ovvio, al pettine. 
Ma Controllo, Uccello Fantasma, tutti questi esseri umani sono appunto degni di tale nome. Non sono solo coinvolti. Il punto è che una volta varcato il confine (esperienza che viene lasciata scarna di una qualsiasi spiegazione, rendendo l'attraversamento affascinante ma terribile)  si entra  "in un purgatorio dove trovavi tutte le cose perse e dimenticate”.
Per questo i personaggi, la loro psiche, pur essendo ancora più devastati, sono ancora più ricchi, brillano. 

La narrazione è tutta giocata sui binomi. Presente - passato (i flashback sono letali per il vostro cuore, non solo per la testa stavolta) ed è chiaro che un altro binomio sia responsabilità - conseguenze (da lì le poche risposte che avremo o ci sembrerà di ottenere).
Reale - irreale, umano -Area X. 
Ma il cerchio si chiude perfettamente. Perché le parole che risuonano nella mente di chiunque sono contaminazione, infestazione, ibridazione. 
L'uomo, la sua scelta, sono il completamento perfetto dell'Area X.


"Perché, dopo averla rinviata in così tanti modi, credo che la mia trasformazione sarà più radicale del previsto, che potrei diventare davvero qualcosa di simile alla creatura lamentosa. A quel punto vedrò la luna vera?"
Quello che Il Cerchio si propone di fare è semplice. Una realtà enorme, complessa, che punta a "usare i social media per creare un mondo più sano e sicuro". 
Una realtà che fagocita ogni organismo più piccolo, che cerca di inglobare ogni sfumature della vita di tutti i giorni. Perché Il Cerchio è un romanzo assolutamente necessario? Perché con veramente poco vi butta per terra e vi calpesta.



Ovvio che lavorare al Cerchio sia fighissimo. Un campus con palestra, acquario, mensa dove ogni giorno uno chef diverso è pronto a cucinare quello che volete, tecnologie grandiose, architettura scenograficamente perfetta (zona Rinascimento, zona Rivoluzione Culturale).
Ovvio che Mae Holland coglie al volo l'opportunità offerta.
Ma da quel momento non sarà più umana. Non sarà più sola, questo è certo. Sarà parte del Cerchio. Da quel momento in poi tutto diventerà uno schermo. Uno per il suo lavoro per l'assistenza clienti, uno per comunicare con i suoi superiori, uno per i social più importanti. 
Più si avanza nella lettura più la scrivania di Mae si riempie di schermi. 

"Non sei il padrone della notizia, anche se riguarda te. Non sei il padrone della storia. Ormai è in archivio.

Quindi Il Cerchio è un distopico? In parte. Quello che si propone di fare è abbattere le barriere (ironicamente mettendo schermi tra le persone, chiaro). La democrazia del Cerchio è basata sul fatto che la privacy sia un furto, avere un segreto è mentire. Il benessere politico, sociale, fisico addirittura è basato sulla condivisione. L'estremismo è crescente. 
Si arriva fino alla trasparenza totale. Questo nuovo "stato" compare nella seconda parte del romanzo e vi causerà la stessa sensazione di disorientamento che avete sicuramente avuto di fronte a Winston Smith ormai irrimediabilmente trasfigurato. 
Ma di fronte a una democrazia come questa scompare il libero arbitrio. Scompare l'individuo. A Mae verrà fatto notare come del resto loro sono coscienti di cosa fanno, ma come collettività. Non come persone. 

“Ma gli strumenti che create voi in realtà producono bisogni di socialità innaturalmente estremi. Nessuno ha davvero bisogno del numero di contatti che fornite voi. Non porta a nessun miglioramento. Non è nutriente. È come le merendine. Sai come le studiano? Determinano con scientifica precisione di quanto sale e quanti grassi hanno bisogno per farti continuare a mangiare. Tu non hai fame, non senti il bisogno di mangiare, quello che hai davanti non ti stuzzica, ma continui a mangiare queste calorie vuote. Ecco quello che spacciate voi. La stessa cosa. Un numero incalcolabile di calorie vuote, il loro equivalente digitale e sociale.”

Ma non è un distopico. Non lo è del tutto. Perché dietro al totalitarismo, alla legge marziale che obbliga chiunque a essere sincero, trasparente, perennemente gentile e carino (perché pensateci, con una telecamera puntata addosso vorrete sempre mostrarvi persone migliori no?) non ci sono dittatori. Ci sono uomini che vogliono fermare la criminalità. Lotta contro i malviventi, ricerca di un benessere sociale migliore (piazza una telecamera a casa dei tuoi genitori, almeno se hanno aiuto lo sai no?) ricerca di una vita più facile (vuoi fare surf? Beh, ma c'è una telecamera piazzata sulla spiaggia, guarda se il mare è mosso!), voglia di fermare "i cattivi" veri, quelli che rubano, rapiscono bambini, necessità di migliorare il governo, di renderlo trasparente.
Ovvio no? Suona tutto come un distopico. Ma le intenzioni dei Saggi sono le migliori. Loro sono sognatori. Sognatori che creano una follia degenere, tenendo per mani tutti quelli che vogliono essere qualcuno. Tutti quelli che hanno qualcosa da dire.

Il Cerchio è un romanzo che si può solamente consigliare. Difficile spiegare a dovere perché tutto questo, che può sembrare banale, ovvio, sia in realtà necessario e inspiegabilmente inquietante. Perché è attuale. Perché è sincero senza tanto clamore.

Del resto molti hanno detto che "non è il solito Eggers". Certo che no! Il linguaggio è semplice, trasparente. Così come devono esserlo i Circler. I meccanismi che Eggers fa entrare in gioco sono palesi. Gli schermi in continuo aumento, il linguaggio di Mae che si trasforma di fronte a una telecamera, gli adulatori, le minacce nascoste dietro un chip che dovrebbe tracciare bambini. I dialoghi sono nient'altro che interazioni e i numeri riempono le pagine. Follower, statistiche, percentuali. Ma il solito Eggers, artificioso, isterico, lo potrete scovare comunque. Si nasconde nelle insinuazioni del Cerchio, nei mantra ripetuti da tutte le persone socievoli, i mantra che strillano che "Tutto quello che succede sarà conosciuto".

E a fine romanzo, mentre Il Cerchio (co)stringe ormai chiunque, è possibile leggere, amaramente, il più grande diritto umano, quello vero.


Partiamo subito col chiarire una cosa. Io ancora non ho visto il film (sono troppo saccente per vedere prima il film, mi pare ovvio), ma quello che ho sentito dire in giro riguardo a The Martian è: troppa matematica, troppa ingegneria, sono ignorante, non comprendo. 
Ragazzi, io sono così poco propensa alla matematica che mi imbarazzo anche davanti a un'espressione con le graffe aiutando mia cugina di tredici anni.
Eppure questo libro l'ho adorato. Se davvero la matematica fosse un problema non l'avrei divorato in due giorni. Due giorni su Marte. Ok, magari certe cose sono un po', ehm, ostiche? Ma il punto è che Mark Watney vi spiega quel che fa. D'altronde non ha altro da fare.


Il suo equipaggio lo ha involontariamente abbandonato sul pianeta rosso credendolo morto. Ma Mark non lo è affatto. E sì, si trova in una posizione poco confortevole, per dirlo con parole sue "I'm pretty much fucked". Ma di morire non ha per niente voglia. 
The Martian è geniale perché è lontano dallo stereotipo del drama ambientato nello spazio, fatto di frasi fatte (ehm, Interstellar? Nooo, chi l'ha detto?), lacrimoni e ansie su ansie su ansie. 
Mark è tremendo, in senso buono. È ingegnoso (coltiva patate, crea acqua e ossigeno, per dire), ma è sopratutto divertente. Perché quell'ansia da sci fi bellissima c'è (insomma, questo o muore di fame o di qualcosa ci sta che schianti sicuro visto che gioca al piccolo chimico di continuo), ma lui è ironico, impertinente. 
"I chipped his sacred religious item into long splinters using a pair of pliers and a screwdriver. I figure if there’s a God, He won’t mind, considering the situation I’m in. If ruining the only religious icon I have leaves me vulnerable to Martian vampires, I’ll have to risk it."
E sta qui il punto a favore di un realismo agghiacciante. Lui ha paura. Spesso. Ma è umano. E quello che riesce a fare (coltiva le patate ragazzi, le patate! Questo libro lo dovete leggere quando l'autostima l'avete sotterrata in un forziere in giardino) è reso ancora più verosimile grazie a questo.

E poi boom, spunta la Nasa. Perché effettivamente un romanzo intero solo sui suoi aggiornamenti avrebbe poco senso no (ed è effettivamente ho scoperto che molte persone non lo leggono anche per questo "Nel libro sarebbe più noioso). Col cavolo. Avete mai sentito parlare di ironia tragica? Ecco che cosa succede quanto spunta la Nasa. 
Volete comunque un po' di drama? Nessun problema, non vi sarete mica dimenticati dell'equipaggio che lo ha abbandonato su Marte. Il loro POV dove lo volete mettere?

Leggete questo romanzo! Dio santissimo, leggetelo! 

"My asshole is doing as much to keep me alive as my brain."
Visto che arriva Marty McFly immagino che una guida non vi faccia male. 
Essendo un'appassionata (ehm ehm, se non un'esperta) dei viaggi temporali (ovvero, essersi fritti il cervello molto tempo fa ormai), vi do giusto un piccolo aiuto. Questo.


Questo libro è fenomenale. Non sto neanche a dire che è uno dei libri che salverei nel caso di apocalisse zombie, invasione di manichini killer, diluvio universale e altre robe tranquille. 
Esatto, è un manuale. Bellissimo. 
Dopo avervi avvertito che sarebbe meglio posare il libro su una panchina e correre via veloci, verrete introdotti al viaggio nel tempo ovvero un "saucy multilayered burrito". 
Niente scherzi. Si parla di teoria della relatività e dei sempre adorati (e sfruttatissimi) wormholes. Concetti base insomma. 


Come ottenere il veicolo perfetto per il vostro viaggio temporale, e le leggi che riguardano il viaggio nel tempo stesso, aka la parte che dovreste sapere a memoria, meglio della tabellina del sette (che è la più simpatica secondo me). 
Paradossi e corollari. Imparateli e poi la prossima volta che vedrete un film con un bel viaggio nel tempo saprete notare tutte le falle. 
E infine, come sopravvivere a diversi scenari. Per dire, finite nel Giurassico?


Procuratevi questo libro. Ben fatto, spiazzante, e con delle note che vi faranno cadere dalla sedia. 

Sex Criminals è come una serie tv. D'impatto, deciso e letale come una serie tv.
Prendete due ragazzi che raggiungendo l'orgasmo riescono a fermare il tempo, sfruttando poi questo "dono" per rapinare una banca, metteteli in una graphic novel e otterrete qualcosa che doveva per forza essere mio, ma che sicuramente dovreste leggere anche voi.


Il bello di Sex Criminals è che non si fa problemi. La sceneggiatura è accattivante, contemporanea, piena zeppa di talento. Eppure stiamo parlando di un fumetto dove il sesso è alla base. Come non cadere in un vortice fatto di banalità, volgarità gratuite, scene che vorrebbero essere divertenti ma solo solo tristi? Semplice, bisogna essere bravi come questi due. La storia è sempre in azione, un motore continuo. La storia di Suzie, il suo apprendimento, Jon e "Schizzoland", film porno, biblioteche che stanno per chiudere. Non ci si annoia mai, ma neppure ci si stanca. 
Come ho detto, funziona. Non si inceppa neanche un secondo. 
Jon e Suzie sembrano (perché lo sono) veri, non sono mai spiegati, mai costruiti. C'è un punto in cui Jon elenca le sue ex e ci infila un George. Nessun problema, nessun pippone sulla bisessualità, solo un perfetto, limpido e sincero "stavo provando". Non ci sono scuse per mettersi a raccontare troppo, mai una bella scena di sesso che si perde nel voler essere troppo costruita. Si fa. Fine della discussione. 
È su questo piano che Sex Criminals vince su tutta la linea. È sincero. Riesce a unire una storia di genere a un quotidiano privo di caricature e turpiloqui inutili. L'orgasmo che ferma il tempo è una base solidissima su cui costruire una storia che ruota intorno al sesso, sono delle sane scopate diciamolo pure. Eppure non vuole esorcizzarlo, non vuole essere troppo malizioso. Vuole divertire e intrattenere. E lo fa. Per questo vi dico che è come una serie tv (di quelle belle eh), non si crea problemi e va avanti e voi con lei. Nota di merito al lavoro della Bao perché il lavoro di traduzione è stato meraviglioso. 


In Sex Criminals c'è del sano porno e una bella storia. Sinceramente dovrebbe bastarvi questo per convincervi a leggero. E non perché dovete togliervi qualche freno, leggere qualcosa di "diverso" (ma perché poi?) o per leggere una storia con una trama che vi avvolge completamente (e questa lo fa).
Lo dovete leggere perché è il trionfo di tutto ciò che ci piace, davvero. E tanto.
Se Annientamento era un delirio impreciso ma letale con lo scopo di tagliare i vostri ponti con ciò che conoscete Autorità riesce a mettervi di fronte tutto ciò che pensate di conoscere, mostrandovi con una chirurgia malsana che in realtà non ne sapete proprio niente.
Il secondo capitolo della Southern Reach trilogy è una performance grottesca, quasi un capolavoro uscito de La Fura dels Bauls, una danza inquietante intorno a un fuoco terribile, senza proiettare alcuna ombra. E la performance è quella della presa di coscienza dei rischi e delle volontà perdute nell'Area X. 
Due sono i protagonisti di una tragedia annunciata: Controllo e la Southern Reach (di cui è il è il nuovo Direttore). John Rodriguez se viene chiamato così lo capite da soli, un motivo c'è, ma in realtà (d'altronde, banale a dirsi, ma niente è come sembra) di Controllo ne ha ben poco. L'agenzia governativa che si trova a dirigere è impenetrabile e piena di segreti tanto quanto l'Area X. Poche cose, e quelle poche o apparentemente insignificanti o terribili oltre la soglia della sopportazione, Controllo (con le sue paranoie, la sua ricerca impossibile della tranquillità, la sua ingenuità) si troverà ad affrontare un mostro con due teste, entrambi troppo micidiali. 


"Però questa cosa indefinita che sembra volerti distruggere non ha un capo con cui negoziare, nessun obbiettivo dichiarato". 
Controllo inciampa e cade continuamente, viene manipolato e si lascia manipolare. L'ignoto ha il coltello dalla parte del manico, ed è chiaro fin dall'inizio che la ferita sarà letale.
Ed esorcizzare l'ignoto è impossibile. Ciò che si ottiene è solo una brutta sensazione, la voglia irrefrenabile di lavarsi le mani, fuggire via, pensare al passato. Ma è molto più che una semplice compulsione.
L'Area X, come del resto la Southern Reach, è un organismo vivente, subdolo, e sopratutto devastante per il corpo e per la psiche. Il mondo vive in una bolla, la realtà è troppo crudele, i segreti troppo pesanti. L'aria manca fuori così come oltre il Confine. 
Le teorie si accumulano e i fascicoli sembrano inutili quando si affronta il fascino intraprendente di qualcosa che ti attira sempre più a sé, qualcosa che ti confonde, tutto ti distrae dall'obbiettivo.
"Be', dipende dai soffitti alti, no? Vedi cose che non esistono. E le cose che vedi sembrano altre cose. Un uccello può essere un pipistrello. Un pipistrello può essere una busta di plastica che vola. Così va il mondo. Vedi una cosa per un'altra. Uccelli-foglie. Pipistrelli-uccelli. Ombre fatte di luci. Rumori accidentali che sembrano più significativi. È sempre così, dovunque vai."

Le realtà sono molteplici, i fatti inesatti. I finali sconcertanti. La vegetazione è sempre più fitta.
Post più vecchi Home page
Diletta, 25. Time travel consultations/(k)ink/coffee.

   
  

POPULAR POST

  • Talking about | Perché leggere Franzen fa bene (ma fa anche male)
  • Monday Mixture | I drink and I know things
  • Wishlist | cercando di dare un senso alle cose

Categories

  • talking about
  • get this now
  • wishlist
  • monday mixture
  • haul
  • turn of the brew
  • oroscopo

Lettori fissi

Copyright © 2016 Paper Moon. Created by OddThemes