Paper Moon
Gli anni passati cercavo di fare, per quanto possibile selezionando tra una marea di letture, una mini classifica delle letture migliori e di quelle peggiori. 
Quest'anno farlo è tecnicamente impossibile. Ci ho provato, rendendomi conto che prima di tutto ho letto veramente tantissimi libri belli, quindi selezionarne solo cinque è abbastanza utopico (ho letto ottanta libri, come al solito, ma rispetto agli scorsi anni ce ne sono stati davvero tanti meritevoli, e qui trovate l'elenco completo su Goodreads). Proprio per l'immensa qualità delle letture e visto quanto sia già stato difficile selezionarne poche tra queste, metterle in ordine dal primo all'ultimo è pura follia. 
Per quanto riguarda le peggiori ho poco da dire. Ho evitato i libri brutti, andando a pescare nel trash ma consapevolmente (vedi la rubrica CNM). L'unica grande sofferenza del 2016 ve la dico subito (ma lo sapete già): The Cursed Child (qui la recensione, sempre su Goodreads, ero troppo affranta, sono troppo affranta, per scriverne sul blog). Ancora spero che la Rowling riveli che si tratti in realtà di una fan fiction di Potterina90.

Quindi beccatevi questi dieci libri ordinati in ordine di lettura (facciamo le cose con criterio qui).
Scegliendoli tra gli altri mi sono resa conto che è stato un anno all'insegna del distruggere per ricostruire. Di esseri umani persi per strada che riescono a ritrovarsi, con qualsiasi mezzo possibile.
Alla fine aggiungo anche altri tre consigli spassionatissimi, perché tenerli per me sarebbe stato scorretto.





Furore, John Steinbeck (Bompiani)
Furore è una grandissima storia, il viaggio di una famiglia che sfrattata dalla sua terra (terra e famiglia, tutto il romanzo si potrebbe riassumere in queste due parole) cerca di raggiungere la California, dove ci saranno casette bianche, arance da cogliere, e così tanta uva da farci il bagno.
Un viaggio che ricorda l'esodo biblico, ma anche qualcosa di fin troppo attuale.
Il furore che matura nei cuori di questa gente è un furore che non trova mai sfogo, perché non si ha radici, i migranti diventano nomadi e vengono trattati come vagabondi.
La famiglia Joad ci dimostra in mezzo a tutta questa polvere (e ai disegni insensati che riesce a creare in mezzo a dei terreni disastrati o nel cuore del deserto) cosa si fa, come si fa ad andare avanti, fino all'ultima pagina, che è semplicemente un capolavoro.


Teatro Grottesco e La cospirazione contro la razza umana, Thomas Ligotti (Il Saggiatore)
Ho messo questi due titoli insieme perché effettivamente pur non riuscendo a fare una classifica precisa per me Ligotti è stata la scoperta dell'anno. 
Teatro Grottesco è un terreno apparentemente asettico su cui riescono però a sorgere orrori fin troppo fertili. Affrontare la lettura di questo romanzo è come metter mano dentro un barattolo il cui contenuto non ci è noto."Parole d'ordine": insensatezza, fili invisibili, luci tremule, strade fredde, carnevali, giostre guaste, stanze umide, infestazioni, soglie (da non varcare mai), caffè angusti.
Il lirismo raggiunge livelli che vi faranno venire i brividi. Thomas Ligotti riesce poi a mescolare gli orrori, i tremori, con l'arte. La maneggia e la innalza ad artefice di qualsiasi cosa, fino a renderla grande distruttrice.
La cospirazione contro la razza umana è un'opera terribile che avviene ogni giorno. Ligotti apre di fronte al lettore un sipario svelando le incertezze e l'instabilità della vita umana, la storia di come l'uomo, dai primordi, ha soppresso la propria coscienza, ha riposto in una stanza lontana il vero sé stesso, nascondendosi insieme ai suoi simili, in mezzo ai suoi simili, grazie a processi che lo hanno aiutato a sopportare questo incredibile fardello che è la vita.
Perché è la vita la cospirazione, insieme al perturbamento che essa causa.
Ligotti, con una dialettica sublime, con voce sardonica, parla di letteratura, di come solo alcuni siano riusciti a svelare il nostro costante disagio verso qualcosa, verso quel perturbante, quell'atmosfera che pochi sono riusciti a mostrare. Quel qualcosa insomma che allarma la nostra coscienza, che tenta di svegliarla. Ed è il soprannaturale è la forma che l'uomo ha dato al perturbante, generando orrori interiori ed esteriori.
E come sopravvivere? Le risposte ci sono, Ligotti (che per me si trova in mezzo a quelli che lui stesso onora di aver saputo dare vita a quell'atmosfera indicibile) ne snocciola alcune citando filosofi e demolendo religioni. Ma all'uomo, vittima di sé stesso, vittima di una cospirazione senza radici e per questo imbattibile, sicuramente non piaceranno.

La nuova Justine ovvero le disavventure della virtù, Marquis de Sade (Garzanti)
Sade è un distruttore, non ha bisogno di alcuna spiegazione (né di spiegarsi).

I gatti non hanno nome, Rita Indiana (NN Editore)
Questo romanzo è praticamente meraviglia confezionata.
Una ragazza, di cui non conosceremo il nome, ci racconta il passare delle sue giornate, mentre cerca di scoprire sé stessa. Giornate lunghe e calde (riusciamo a sentirle) passate nella clinica veterinaria dello zio, con l'amica Vita (un rapporto che crescerà, molti pezzettini si metteranno accanto a formare parole nuove), con un haitiano dalla voce sembra "sciroppo per la tosse".
Il romanzo è pieno zeppo di informazioni. Volti, profumi, lo stile di Rita Indiana ha un ritmo sfrenato, coinvolgente. Ci passano davanti immagini, momenti, scarti (gabbie vuote, barattoli di curry infranti, muri appena tinteggiati). Oggetti ben precisi anche, dischi di Jim Morrison e libri sul buddhismo.
Avete presente no? Narrativa sudamericana = realismo magico.
Beh, non è del tutto scorretto anche in questo caso. Il punto è che qui c'è qualcosa di più. Quel realismo magico, di madri folli e racconti bizzarri e ogni volta diversi, ci sono scritte al neon che compaiono sulle fronte della gente, una follia da droga leggera.
Ma in tutto questo la narrazione va avanti, e succede sempre qualcosa.
(Qui il Get this now).

Sottrazione, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni)
Sottrazione segue sì un criterio che va a eliminare un certo numero di battute per ogni racconto, dalle 18233 del primo alle 163 dell'ultimo (spazi compresi), ma effettivamente la premessa iniziale è la cosa più reale del romanzo, l'unica verità: “Scrivere per sottrazione è moltiplicazione”.
Ciò che invece è veramente precario e quasi subdolo in questi racconti è il legame con la realtà.
Sperduti gioca con le parole, traccia sentieri surreali e utilizza il linguaggio per intaccare tutto ciò che lo circonda, provocando distorsioni, fraintendimenti e pura libidine lessicale.
Le immagini che ne nascono sono guaste, ma narrate chirurgicamente, niente viene lasciato indietro, neanche quello che è stato sottratto alla realtà.
Il punto è che il mondo reale, per quanto piegato alle leggi del linguaggio di Sperduti, non perde mai linfa vitale, ed è in continuo divenire.
Diciamolo apertamente, Sperduti si diverte un sacco.
Salta da una cronaca assurda all'altra, ci trascina via, ci lascia nel bel mezzo di una situazione orribile per osservare il panorama (La rete), ci mette in bocca (sopratutto in testa) parole che non ci sono.
Se il linguaggio serve per comunicare allora serve per interagire, e in questo caso l'interazione avviene con qualsiasi cosa abbiamo intorno.
“Se le cose dovessero svegliarsi, dopo tutto questo tempo, sarebbero affamate.”
Per questo è assolutamente necessario leggere Sottrazione, perché c'è ma allo stesso tempo vive solo nella vostra testa. È la geometria cerebrale che vi fa credere che ci sia un ultimo gradino in fondo alla scala, ma in realtà il vostro piede cede sul pavimento. Ma qui, alla fine, quel gradino spunta davvero.
Scrivere per sottrazione è davvero moltiplicazione, perché più si scivola verso il basso più ci si sente circondati. Il precipitarsi verso una pagina sempre più bianca non porta incontro al vuoto, bensì verso molteplici forme di vita. Forme che non sono mai uguali, perché ogni racconto è sempre diverso, ogni volta illogico o sorprendente in maniera nettamente diversa rispetto all'ultimo.

(Qui il Get this now)

Cento poesie d'amore a Ladyhawke, Michele Mari (Einaudi)
Un canzoniere struggente e allo stesso modo infimo.
Da Shakespeare a Ladyhawke, il passo è davvero brevissimo (bello e crudele).

(Qui il Turn of the Brew scritto da Alessio)

Io sono vivo, voi siete morti, Emmanuel Carrère (Adelphi)
Questa biografia di Dick non solo l'ho divorata, ma ho anche riletto come una matta diversi passaggi per diversi giorni. 
Un Impero che non è mai cessato, la continua lotta tra finzione e realtà (ma sopratutto tra il koinos e l'idios kosmos, battaglia infinità ancor più terrificante perché propria dell'uomo, interna e feroce, ma anche della macchina-simulacro) per conquistare l'egemonia. 
La storia di Dick è certo riflessa nei suoi romanzi, tra il ghigno di Palmer Eldritch e l'eterna inconsapevolezza di Hawthorne Abendsen, ma è sopratutto la figura continuamente sospesa di Dick stesso, sempre al confine e che coglie sempre l'occasione, fortunatamente, di dire la sua, cercando di varcare lo specchio, o almeno cercando di decifrare le scritte che vi compaiono.

Amore in forma chiusa, Roberto Piumini (Il melangolo)
Un canzoniere pieno e rigoglioso nello stile della grande poesia trecentesca, ma in realtà, giustamente, ben diverso e molto più contemporaneo. Come ammette lo stesso Piumini il suo non è un canzoniere diviso in una prima parte gioiosa e in una seconda ben più lacrimevole. La sua raccolta è l'orgoglio di un amore in tutte le sue forme: la complicità, l'ironia, la dolcezza, la sessualità (i sonetti erotici sono forse quelli più belli).
Questi componimenti sono così giochi d'amore, piccole delizie da scartare poco alla volta, da leggere sorridendo.


Hogfather, Terry Pratchett (Corgi)
Non contenta quest'anno ho deciso di iniziare anche una delle saghe più infinite di sempre: Discworld.
Tutti i personaggi di questo episodio durante la Hogswatchnight vanno incontro a un processo comune: mettere in discussione ciò in cui credono.
Teatime che semplice distruttore non riesce a capire appieno i complessi meccanismi della mente umana e Morte che al contrario ci prova con tutto sé stesso, diventando assurdamente creatrice di fiducia e speranza. E Susan che si trova in un limbo in cui non vuole credere, vuole solo cose normali, una vita normale, nonostante, avendo dei geni un po' particolari, sia in grado di vedere tutte le creature impossibili che infestano il Mondo Disco. Dai bogeyman alla Fatina dei denti.
Tutti e tre devono fare i conti con una cosa semplicissima: comprendere il bisogno umano di credere in qualcosa. Ed è questo il motivo per cui Hogfather deve essere salvato.
Le tradizioni hanno radici antiche, primordiali.
E Hogfather è una divinità che un tempo si occupava semplicemente di far sorgere il sole, o almeno, questo era il lavoro che l'umanità agli albori gli aveva assegnato, ma poi, passando il tempo e di conseguenza le necessità umane, si è ritrovato a portar doni ricevendo in cambio sherry e pork pie. Old gods, new jobs spiega Morte.
Hogfather è la personificazione antropomorfica del Natale e l'uomo è una creatura mitopoietica, ovvero "Means we make things up as we go along."
Terry Pratchett riesce a dissacrare completamente la tradizione natalizia e al contempo portarla all'apoteosi, insieme ai bogeymen e ai disegni che facciamo da bambini, quelli dove il cielo è solo una riga azzurra in cima alla pagina.
"TRICKERY WITH WORDS IS WHERE HUMANS LIVE."
E il bisogno di credere in qualcosa di irreale è ciò che ci rende così imperfettamente umani. Ci rende creatori, ci rende qualcosa di molto più speciale, malgrado molto più fragile, di creature senza cuore come i Regolatori, che non riescono a concepire nient'altro se non il niente assoluto. Quindi come possono tollerare la fiducia che la razza umana pone nell'universo?
La conversazione finale tra Morte e Susan io vi consiglio di leggerla, stamparla e attaccarla all'albero di Natale, come cinica celebrazione.

(Qui il post Natalizio del BBB, altra conquista del 2016! Preparatevi, nel 2017 avremo un BBB- Segnale).

Ed è diventato un delirio chilometrico. 
Per finire vi consiglio altre meraviglie scoperte quest'anno.
Bone di Jeff Smith (Bao Publishing), un fumetto che rileggerei ancora e ancora. La storia dei tre fratelli Bones è un'epopea fantasy all'ennesima potenza, ma in realtà è anche molto di più. Non fatevi ingannare dalla sua mole. Lo divorerete.

Volevo anche consigliarvi LA serie tv dell'anno. Potrei consigliarvi Stranger Things, ma credo che l'abbiano già fatto in molti (e se ancora non l'avete vista occupatevene prima di togliere le lucine natalizie). 
Quindi vi consiglio Gravity Falls (qui il trailer. E vi dico una cosa, l'HBO può impegnarsi quanto vuole, ma non supererà questa sigla). E no, non è una serie tv, è una serie animata Disney, ma vi assicuro che sarà capace di travolgervi quanto Stranger Things, assicurato. Prendete l'effetto mind blown di Adventure Time eliminando però le sue sfumature più inquietanti (per me AT è come Twin Peaks) e aggiungete umorismo e avventura a palate. Una storia che dura un'estate, non un giorno di più, non uno di meno, ma che attraversa infinite dimensioni.

Per quanto riguarda il film, che ve lo dico a fare. Mi sono emozionata di più quando ho visto Darth Vader in Rogue One che quando mi sono laureata.

Auguri miagolanti. E grazie per seguire i miei deliri, vi prometto che quelli del 2017 ci porteranno dritti a risvegliare Yog-Sothot. 

Premessa per un addio di Gian Luca Favetto (NN Editore, as usual), ci trasporta immediatamente in un luogo ben preciso, in una posizione di perfetto squilibrio, in alto, sopra l'oceano, su un volo diretto a New York. 


Se c'è un continuo riferimento agli spazi, ai luoghi, alle distanze è perché Tommaso Techel è un geografo. Ed è questo che fa, calcola le distanze, sopratutto quelle umane. 
Ma per quanto il suo lavoro consista in una mappatura precisa lui non è capace di ordinarsi. Tommaso vive l'abbandono e non riesce a gestire la sua rabbia. Una rabbia muta e glaciale, che lo porta viaggiare non per scoprire, per conoscere (è o non è un geografo?).
Tommaso Techel viaggia per nascondersi. Per questo è diretto a New York. Un amica ha un appartamento vuoto ed è lì che è diretto. Ma è proprio sul'aereo diretto a New York che conosce Alma Berlin. Che lo porterà a conoscere Gladys. E infine Cora. 

"Scrive che la rabbia è come i titani, antica e ottusa. E lui è stato travolto dai titani, se li è visti addosso - una tempesta, e dopo la tempesta il ghiaccio, e dopo il ghiaccio il vuoto."Questo romanzo è un viaggio immobile. La rabbia artica e letale di Tommaso è percepibile in ogni pagina. Perché appunto non esplode, non brucia e non fa apparentemente alcun male. È una rabbia dolorosa perché non permette il movimento. Quando sei congelato è difficile trovare qualcosa capace di scioglierti fino in fondo. E il motivo per cui Tommaso è così arrabbiato, lo scoprirete da soli, lui riesce a raccontarlo fino in fondo.

L'antidoto alla rabbia sono e storie. E le persone. 
Ed è questo che c'è a New York, una città che ti permette di essere chiunque. Una città che permette la sopravvivenza perché non ti chiede mai chi sei veramente.
Mentre ricorda alcuni viaggi passati ci si rende conto come quelle di New York siano piccolezze quotidiane, non grand avventure. Eppure è proprio qui che Tommaso riesce a rirdinare sé stesso. Perché bisogna riuscire a fermarsi. 
Tommaso trova un libro Foreword to Farewell (Premessa per un addio, appunto) di e trova delle persone. 

"«E lei si è perso nel libro?» chiede Gladys.
Io sono già perso da prima, gli verrebbe da rispondere. «No» dice «mi sembra di no. Magari però mi sono perso e non me ne accorgo».

Premessa per un addio non è solamente un percorso preciso, c'è Tommaso, c'è quello che succede con Cora, c'è l'appartamento. Ma è un romanzo che riesce a mostrare (e a raccontare, ovvio) quanto le storie siano potenti, come la letteratura sia capace di mettere in movimento le persone, come ci unisca, facendoci perdere per poi ritrovarci.  

L'esorcista di William Peter Blatty è un lungo sguardo volto verso il male. 
La storia della piccola Reagan che viene posseduta da un'identità demoniaca è passata sicuramente alla storia grazie al film di William Friedkin del 1973 grazie a un orripilante fiotto di vomito, ma vi assicuro che il romanzo si colloca su tutto un altro livello.



O meglio, le dinamiche sono praticamente le solite, alcune scene quasi ricalcate.
Ma il libro propone una visuale così indiscreta, uno sguardo che spoglia di ogni intimità ogni personaggio del romanzo da risultare non solo spaventoso ma persino morboso. 
Perché L'esorcista fa paura. Non il tipo di paura che magari ti tiene sveglio la notte, ma quella che ti fa fissare il vuoto per cinque minuti buoni, la testa piena di buio assoluto. 
L'obbiettivo di Blatty è infatti quello di dimostrare che sì, il male c'è, e ce lo mostra dimostrando come questo si prenda un animo del tutto innocente, quello di una bambina. 

Ma lo fa sopratutto dimostrando come il male riesca a portare alla luce qualsiasi verità. 
Quella stessa luce che illumina nella copertina Padre Merrin (non è avvolto infatti dalle oscure spire dell'inferno, ma da una luce abbagliante). 
La verità non accettata a livello famigliare dalla madre di Reagan, il marito che non chiama la bambina, un lavoro che occupa la maggior parte delle sue giornate. La verità non accettata sia a livello scientifico sia a livello religioso. 

Gli unici personaggi che hanno in mano uno strumento coerente sono quei due collocati ai poli opposti della trama: il demone Pazuzu e Padre Merrin. 
Ed è qui la forza spaventosa del romanzo, il suo rivelarsi lentamente, tutte le verità insieme a segni stessi della possessione demoniaca, il lento manifestarsi del demone è infatti quasi ipnotico. E questo, insieme a un ritmo narrativo costante che non porta mai a cali d'attenzione, rende il libro coinvolgente e allo stesso tempo esasperante. 

Il male è reale, tangibile. 

Kent Haruf è per me la cura perfetta per la voracità nella lettura.
L'avevo già sperimentato con Benedizione, grazie a NN Editore che ha deciso di pubblicare la Trilogia della pianura (grazie davvero, perché questo dimostra che ci sono ancora così tanti libri belli sepolti e nascosti che ci aspettano).



In Benedizione c'era una calma dolorosa, un passo lento e pesante che conduceva verso la morte. Qui invece sono protagonisti i primi passi, i nuovi sentieri da percorrere, coperti di brina al mattino e polverosi al tramonto. 
"A Holt c'era quest'uomo, Tom Gutrhie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno".
Victoria rimane incinta troppo presto, porta con sé una nuova vita, e verrà ospitata dai fratelli MCPherson, anche loro alle prese con qualcosa di nuovo, dopo essere invecchiati insieme, sempre soli, insieme ai loro animali soltanto. Guthrie rimane senza moglie, e i suoi figli senza madre. 

E il silenzio, che in Benedizione era appunto schiacciante, qui ogni tanto è spezzato da gracchiare delle gazze ladre sui fili, dai rumori delle auto, dal gemere nel buio. 
Lo stile è più ricco, quasi barocco.
"Sopra di loro, un paio di gazze si dondolavano schiamazzando sul ramo di un pioppo nero, poi uno degli uccelli volò via negli alberi oltre la casa della signora Frank, e l'altro gracchiò quattro volte, rapido e stridente, prima di spiccare il volo a sua volta."
Ma ancora, con stupefacente delicatezza, Kent Haruf è stato capace di raccontare la straziante dolcezza di tutti i giorni. In uno spazio circondato dal deserto le giornate scorrono lente, ed è sugli eventi che si fa affidamento. 

Canto della pianura parla di nuove occasioni, sempre tracciate secondo legami capaci di crescere e piccoli gesti del tutto differenti rispetto a quelli del passato.
"Non ti preoccupare. Ora va tutto bene. Si allungò attraverso il tavolo e le diede un colpetto sul dorso della mano. Era un gesto goffo. Non sapeva come farlo". Non importa sapere davvero cosa succede, ma come succede, con piccoli dettagli, minuscoli momenti una giornata alla volta.

"Quello che ci spaventa da bambini ci spaventa per sempre".
Il Piccolo Regno di Wu Ming 4 è una lettura necessaria perché serve a ricordarci quanto siamo, e quanto saremo sempre, piccolissimi. 


La trama è molto semplice. Nell'Inghilterra successiva alla prima guerra mondiale quattro bambini, tre fratelli e la voce narrante, loro cugino, vivono la loro Età dell'Oro: parlando con gli animali, disotterando paure e creando fiabe reali. 
Ci sono poi gli altri. La Gente Alta che sembra non riuscire a capire, tranne qualche eccezione, come Ned, il sopravvissuto che riesce a parlare ai bambini, una coppia di archeologi che svela segreti preziosi. 
E ci sono sopratutto infiniti sentieri da percorrere. Del resto le mappe sono gli inviti essenziali per perdersi no?


E uno di questi da il via a una catena di eventi che cambierà per sempre le cose. 
Lo Spettro dei Tumuli che mette in crisi questo idillio non è una creatura semplice da affrontare. 
In particola modo quando si è piccolissimi, quando si riesce a vedere tutto quanto.
"Quando avevo raccontato a Julius dell'apparizione del guerriero, lui era rimasto zitto e corrucciato. In un frangente del genere per lui era difficile decidere come agire, e questo non gli piaceva, perché era abituato ad affrontare i guai come se fossero una sfida. Davanti a un fantasma cosa poteva fare? Non era nemmeno sicuro che non mi fossi sognato tutto."

Sono messi in gioco infiniti riferimenti ad altri romanzi e racconti per ragazzi (I bambini della ferrovia, Il vento tra i salici (Tasso!), Il corpo di Stephen King, Ned non è altro che Lawrence d'Arabia) che sembrano voler rendere più facile quel passaggio, tra un mondo quasi perfetto e quello corrotto dalla verità che prima o poi quel sentiero tra i boschi non sarà più così sognante e pieno d'incanto.

Non si ha l'impressione di leggere solamente un libro fiabesco, perché la rivelazione finale è sì quella di un mondo fatato, ma allo stesso tempo crudele quanto può essere la realtà nella quale siamo costretti a mettere piede alla fine di un lungo percorso all'ombra di alberi maestosi e capaci di sussurrare storie.  
Sono i racconti e i ricordi che plasmano la realtà, tutta quanta. Le parole che abbiamo scelto, e le i pezzi che ci portiamo dietro, fin da bambini.



Anche noi l'America è uno sguardo neanche troppo di sottecchi a quelle persone che di solito ci sfilano davanti e neanche ce ne accorgiamo. Ma quando ci mettiamo davvero ad ascoltarle ci rendiamo conto di quanto possono raccontarci. 


NN Editore colpisce ancora, ci stritola per l'ennesima volta, in questo caso mettendoci tra le mani questa splendida opera di Cristina Henrìquez (traduzione di Roberto Serrai), un romanzo corale con un carico emotivo da farvi perdere i sensi. 
I personaggi di questo romanzo sono partiti dal loro paese per raggiungere l'America, pieni di speranze, sogni, progetti. Ma più che il loro passato è il loro presente che ci scivola sotto gli occhi e tra le mani. I brutti edifici grigiastri, l'aria pesante, i supermercati dove non si conosce niente e si riconosce poco. 
Maribel Rivera dopo un incidente non è più la stessa e i suoi genitori decidono di abbandonare il Messico, una bella casa, un ottimo lavoro, per permetterle di frequentare una scuola che le dia la possibilità di affrontare al meglio i suoi problemi. 
I genitori di Mayor Toro invece hanno abbandonato Panama perché non era più il luogo dove erano cresciuti, dove si erano innamorati. Era un posto distrutto.
E quel grosso palazzo di cemento e calcestruzzo ospita molte altre persone che se ne sono andate, che sono state costrette a farlo o che semplicemente volevano farlo, che ora sono lì, nel Delaware, lontani dalla loro patria, da ciò che che hanno sempre conosciuto. 
"Con l'acqua e la sabbia mia madre disse che era quasi come un pezzetto di Panamà. Le onde ci venivano incontro ruggendo per poi tornare indietro in silenzio, scivolando sulla costa. Anche con la neve l'aria sapeva di acqua salata e i gusci delle conchiglie scrocchiavano sotto i nostri piedi. Una spiaggia, però, non è tutte le spiagge. E una patria non è tutte le patrie. E secondo me lo sentivamo tutti, su quella spiaggia, quanto eravamo lontani dal posto dove eravamo venuti, in un modo che era bello ma anche brutto. «Com'è bello» disse mia madre, fissando l'oceano. Poi sospirò e scosse la testa «Questo paese»."
Sono gli Unknown Americans del titolo originale.

Questo è un romanzo che parla di intimità, di sentimenti così puri fino diventare quasi violenti, di rapporti che si costruiscono poco alla volta e che poi crollano di colpo, con un frastuono che in realtà sentiranno in pochi.
E mentre conosciamo le loro vite aumenta la voglia di saperne di più, sapere quanto stia migliorando Maribel a scuola, vogliamo origliare le telefonate tra Celia Toro e sua sorella Gloria.
Perché ciò che si nasconde in mezzo ai permessi di soggiorno, ai lavori umilianti, alle telefonate tra due persone troppo lontane, alla sensazione della sabbia tra i piedi, in mezzo a ogni parola c'è la fiducia nelle infinite possibilità.
Milioni di possibilità, infiniti progetti. E l'unica certezza di essere a casa, ovunque essa sia.
"Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così."



Il primo volume di Poison Fairies di Luca Tarenzi, pubblicato da Acheron Books e intitolato La guerra della discarica, ci trasporta nel mondo che noi poveri esseri umani non riusciamo a vedere. Qualcosa di nascosto, così minuscolo, ma così terribilmente potente. Il popolo delle fate, chiaro. 
I protagonisti di questo romanzo sono infatti due tribù appartenenti al popolo fatato, in guerra tra loro. O meglio, una tregua è in corso, ma per usare le parole di Cruna si tratta più di un ricatto. Cruna è una giovanissima fata, anzi una principessa delle fate, essendo suo fratello il re. Ma attenzione, di principesco Cruna ha ben poco. È avventata, risoluta, non aspetta certo qualche minuto a farvi fuori se vede che le cose non vanno come vuole lei. 
Ed è così che facciamo la sua conoscenza in effetti. Mentre infrange gli ordini del re insieme a un gruppetto ben assortito di fate parecchio particolari. Disgelo, una fata con una parentela particolare, Verderame (la mia preferita) una Slaugh, ovvero una veggente, e Stilo. Stanno cercando di recuperare una batteria abbandonata nella discarica prima che cada nelle mani della tribù rivale.


Esatto la discarica. E permettetemi di dire che è qui Tarenzi vince su tutta la linea. 
Insomma, del Piccolo Popolo ne abbiamo ormai sentite a bizzeffe e la figura delle fate è ormai stata ribaltata, rimodellata in qualsiasi maniera possibile. Ma le fate sono prima di tutto una creatura del folklore che non rientra certo nella categoria "che fortuna, vedrai che le cose andranno bene ora!". Ci si protegge dal fascino delle fate, si evitano i sentieri dove è possibile incontrarne qualcuna. Causano illusioni, traggono in inganno. Sono piccoli esserini potenti, non farfalline con cui ridacchiare. 
E le fate di Tarenzi sono infatti colme di potere. Un potere parecchio intrigante chiamato glamour. Ogni glamour è diverso, alcuni sono più potenti altri meno, alcuni capaci di creare illusioni altri capaci di poter vedere oltre ogni cosa. E queste fate, che vivono in mezzo a guerre e colpi di stato vivono in una discarica. In mezzo all'immondizia umana. 
Per farla breve ragazzi, abbiamo un urban fantasy completamente diverso dal solito. Qui le fate sono in questo contesto così poco adatto a loro, così violento e crudo, ma perfettamente adeguato a quello che ci viene raccontato. Le fate, che restano comunque espressioni della madre terra, spiriti delle acque, della vegetazione, qui si nascondono dentro un porta cd, dentro un microonde. 

E non è tutto. Le dinamiche sono letali, non potrete fare a meno di leggere per sapere se questa banda di teste calde riesce a scamparla, per non parlare di quando spuntano fuori le sirene. Esatto, le sirene, perché la mitologia di Poison Fairies non si ferma certo alle fate, ma inserisce molti altri elementi, molto altro folklore che è impossibile fermarsi, prendere fiato. 

Quindi, un bel romanzo, un urban fantasy parecchio differente dal solito, delle fate che non hanno intenzione di darsi una calmata. Io fossi in voi lo recupererei. 
Quando Tunué pubblica una nuova graphic novel nella collana Prospero si preannuncia nient'altro che una grandissima storia da divorare.
Ed è proprio una grandissima avventura quella narrata da Walter Chendi in Maledetta Balena.


Giovanni Dardini è sia il giovane cuoco che congedato durante la guerra viene spedito su una nave ormeggiata in un canale del nord, sia l'ottantenne malato terminale costantemente sotto morfina, scampato a qualcosa di molto grande che non riesce a ricordare.
Entrambi, il Giovanni del passato e quello del presente, cercano qualcosa e trovano in mezzo a un'immensa attesa insopportabile una grande avventura.
E parliamone ragazzi, sono due percorsi che sembrano non condurre in nessun luogo, ma che in realtà lo porteranno molto lontano.

Il Giovanni che si trova nel 1943 a bordo della Kosbörg, una nave ferma ormai da tempo a causa della guerra (doveva essere venduta ma l'affare è andato a monte, un piccolo equipaggio la mantiene in funzione) si trova invischiato in qualcosa di molto sospetto e, chiaramente, molto pericoloso. Il punto di svolta, il momento in cui tutto cambia (quando insomma bisogna cominciare a correre davvero) è quando incontra la figlia del capitano, membro nascosto a tutto il resto dell'equipaggio. 
La storia si fa sensuale, quasi divertente. 
Ma è chiaro, in una grande avventura non tutto va per il verso giusto.


La linea temporale passata si unisce poi a quella del presente, dove Giovanni passa il suo tempo bloccato in un letto d'ospedale, insieme a dei ricordi vacillanti e a dolorosi momenti di lucidità che lo porteranno ad affrontare di nuovo la realtà, intraprendendo una seconda grande avventura.


Walter Chendi ci offre una bellissima storia, sensuale, tragica, capace di ricordare un grandissimo romanzo americano, grazie a una narrazione sincera ed a uno stile curato da dettagli preziosi (il lettering!), tratteggi che riescono a rendere la narrazione onirica (il mare a momenti sembra quello fin troppo brillante dei nostri sogni) ma allo stesso decisa e crudele (quel maledetto calendario con le sue giornate di un luglio che non passa mai). 
Certi momenti troppi silenziosi si uniscono ad azioni che possono cambiare intere vite, attimi sospesi insieme a crudeltà fin troppo reali.
Ma alla fine siamo convinti e davvero certi riguardo tutto quello che è accaduto, siamo accanto a Giovanni su una nave troppo silenziosa, in una piscina vuota, di fronte allo scadere di un tempo che sembra non appartenere più a nessuno e accanto a un gabbiano che sembra preannunciare troppe (o forse poche) possibilità. 
Adieu mon coeur di Angelo Calvisi (pubblicato da CasaSirio Editore, che fa delle cose meravigliose, io devo mettere le mani su Raffles il prima possibile) sembra quasi la storia di un'autodistruzione annunciata. Attenzione, sembra. 
Conosciamo Paolo quando è appena tredicenne, ha due fratelli piccoli e due genitori che litigano, degli amici con cui è chiaramente in competizione, dei ragazzi grandi da imitare. Più o meno tutto nella norma. Però già Paolo capisce che c'è qualcosa che non va. Che i genitori litigano troppo, sempre, che lui non si sente capito. 



Con Paolo abbiamo degli incontri fissi in un periodo che va dal 1983 al 2013, quando è diventato ormai un musicista di successo, ma con una vita che ancora non va per il verso giusto. 
Sono frammenti di un'esistenza in disordine, tanti eventi piccoli e grandi, che altro non sono che nostre piccole incursioni nella vita di quello che era un adolescente che non riusciva a capire, diventato una vera e propria star con problemi di alcolismo. 
Ed effettivamente Paolo continua a non capire. 

"Io suono Girovento per tenere quieta la bambina, e la mamma ora fa la disinvolta e non è triste manco per niente. Per farla breve, Alessandro si porta la mamma di là, nel camerino, e se la scopa allegramente, e io come uno scemo plen plen con la chitarrina, plen plen con questa cazzo di bambina autistica tra i coglioni, ed è sempre la stessa storia, fin dai tempi delle grigliate in spiaggia, io con la chitarrina e gli altri che si strappano le mutande nascosti sotto gli scafi delle barche."


Quella che sembra una storia di autodistruzione e crollo di infinite possibilità non è nient'altro che una storia di crescita, una storia semplicemente umana (troppo umana). Paolo è una costante, è sempre lui. Quando fa la foto con il suo cartonato all'autogrill che dovrebbe sponsorizzare il suo album, e quando tredicenne rifiuta i bigliettini di Michela "perché c'è il mondiale".
Adieu mon coeur è una storia da leggere semplicemente perché sì, perché non dovreste farlo? Calvisi, con una prosa spesso sarcastica e mirando comunque all'onesta più completa nei confronti del lettore (ma anche del suo protagonista), riesce a metterci davanti un personaggio che ha voglia di raccontarci qualcosa, e noi dobbiamo assolutamente metterci ad ascoltare, perché è una storia d'amore ma anche solo e semplicemente perché è una storia. 
Quale libro leggere (e narrare per filo e per segno al proprio ragazzo) per San Valentino se non Rosemary's Baby di Ira Levin? La nuova edizione BigSur mi ha chiamato durante uno di quei famosi giretti in libreria nei momenti in cui penso di meritarmi un libro nuovo.
E insomma, questo romanzo mi è piaciuto parecchio.




Dunque, la storia di Rosemary credo che la conosciamo più o meno tutti no? Il film di Polanski è più noto del romanzo presumo. Questa dark comedy è in realtà molto di più che una storia grottesca e piuttosto raccapricciante. Ira Levin riesce a creare un senso di oppressione assoluto, instaurando un meccanismo che non fa altro che generare sempre più suspense. 
Sin dal primo momento in cui conosciamo Rosemary e Guy capiamo che tutto andrà, giustamente, storto. Parecchio male. Del resto la casa nuova è un buon punto d'inizio per qualsiasi horror. Ma insieme a quest'ansia palese c'è altro. Mentre parlano giusto del nuovo appartamento in cui trasferirsi Guy, un attore in cerca di fama, si guarda allo specchio e si trova un foruncolo. Intanto Rosemary è lì e freme per andare a visitare questo magnifico appartamento nel Bramford, forse un po' più piccolo di quelli che hanno già visitato, ma di sicuro se ne può ricavare una stanza per il bambino. Un bambino che deve ancora arrivare ma che lei vuole moltissimo, insieme a una bella casa, con della bella carta da parati e un camino vero. Intanto Guy pensa al foruncolo e alle audizioni. Insomma, il meccanismo è ovvio, si muove lì davanti a noi, mentre intatto viene buttata in mezzo altra suspense. 
Gli aspetti disturbanti si uniscono. Rosemary che non capisce, non capisce davvero, che pensa alle poltrone e Guy che vuole la parte, mentre intanto tutto ciò che può essere strano e sbagliato lo diventa in una maniera ancora più surreale e malsana. 

Il finale di Rosemary's Baby è sbagliato? Per qualche momento l'ho pensato. E poi, dopo averci rimuginato parecchio ed essermene lamentata ad alta voce ho capito che no, in realtà è perfetto. Una storia simile come altro poteva finire? In parte c'è una lezione, quasi una morale, grottesca ovviamente, e se la troverete come ho fatto io vi renderete conto che Ira Levin ve l'ha fatta.
Ci ho messo un po' per finirlo. Anzi, diciamo la verità, non volevo finirlo e di conseguenza mi sono trascinata questa lettura più a lungo possibile.


Accettazione, diciamo subito per non scoraggiare nessuno, è la degna conclusione della trilogia dell'AreaX (Southern Reach Trilogy in inglese, e a ben vedere).
I punti di forza di questo romanzo sono diversi. In primis quelli che abbiamo già apprezzato con sommo terrore nei capitoli precedenti.

L'orrore continuo dell'Area X. Un ambiente che non è altro che un essere vivente, una mutazione continua, un groviglio di esseri stranianti, di sensazioni in grado di compromettere l'essere umano senza possibilità di ritorno. 
“Quando hai deciso di entrare nell’Area X hai rinunciato al diritto di dire che una cosa è impossibile”.
Del resto Accettazione è la sintesi dei primi due romanzi. Il primo ambientato solamente nei confini dell'Area, una mappa piena di anomalie topografiche e sentieri che portano a solo nuove domani, il secondo ambientato invece tra le mura della Southern Reach. 
Ormai è tutto corrotto. L'Area X del resto è la protagonista, e in questo romanzo ancora di più.

Ed è qui che diventa palese la potenza di questo romanzo agghiacciante. 
L'Area X è ormai diventata il territorio delle scelte. Non ci sono meccanismi precisi, o meglio, forse ci sono ma non sono comprensibili. Ci sono solo confini in espansione, una macchia che si allarga annullando ogni conoscenza umana, ogni dato, ogni prova. L'Area X è più cosciente ora, più attiva, più aliena (e alienante), perché sa quello che fa ormai. Sa ciò che deve fare. 

Ma quello che lo Scriba forgia è vero. Perché "tutto giungerà alla rivelazione".
E ancora una volta Accettazione ci prende a schiaffi. Perché se l'Area X è ancora più incisiva e anche grazie al fatto che abbiamo diversi punti di vista stavolta. Tutti i nodi vengono, parzialmente ovvio, al pettine. 
Ma Controllo, Uccello Fantasma, tutti questi esseri umani sono appunto degni di tale nome. Non sono solo coinvolti. Il punto è che una volta varcato il confine (esperienza che viene lasciata scarna di una qualsiasi spiegazione, rendendo l'attraversamento affascinante ma terribile)  si entra  "in un purgatorio dove trovavi tutte le cose perse e dimenticate”.
Per questo i personaggi, la loro psiche, pur essendo ancora più devastati, sono ancora più ricchi, brillano. 

La narrazione è tutta giocata sui binomi. Presente - passato (i flashback sono letali per il vostro cuore, non solo per la testa stavolta) ed è chiaro che un altro binomio sia responsabilità - conseguenze (da lì le poche risposte che avremo o ci sembrerà di ottenere).
Reale - irreale, umano -Area X. 
Ma il cerchio si chiude perfettamente. Perché le parole che risuonano nella mente di chiunque sono contaminazione, infestazione, ibridazione. 
L'uomo, la sua scelta, sono il completamento perfetto dell'Area X.


"Perché, dopo averla rinviata in così tanti modi, credo che la mia trasformazione sarà più radicale del previsto, che potrei diventare davvero qualcosa di simile alla creatura lamentosa. A quel punto vedrò la luna vera?"
Non è recensibile, almeno non da me. Io sono qua a parlare di quello che sento, che assaporo mentre leggo (e sopratutto divoro, visto il mio carattere violento) certi libri. 
E qui mi trovo davvero davanti a qualcosa di difficile persino da raccontare così, rilassata grazie all'aria fresca di settembre, senza sentirmi in ansia perché a me piace solo far sapere qualcosa. 
Insomma, Finzioni. Potrei elencare parole a caso come Silente, sostituendo a Pigna Pizzicotto Manicotto Tigre parole come estasi, irrealtà, anatomie, perdenti. Ma non avrebbe senso comunque.
Il fatto è che credo di dover recuperare tutto Borges comunque perché quello che ha da darmi è davvero importante credo.



I temi di questi racconti (se così si possono definire) sono numerosi, ma hanno comunque il comune denominatore dell'irrealtà. La finzione e l'artificio (guarda caso) sono appunto alla base di quello che passerà sotto i nostri occhi meravigliati.
"Procedimento migliore è quello di fingere che quei libri esistano già [...] Più ragionevole, più inetto, più pigro, ho preferito scrivere note su libri immaginari"
L'irrealtà parziale dell'esistenza, del racconto stesso emerge da Don Chisciotte, mentre una creazione del tutto completa (ma non del tutto perché scardinata da una realtà totalmente vera e tangibile) è quella di Le rovine circolari. L'inganno si nasconde dietro volti sfigurati, dietro sette forse un po' ridicole.

Il mondo, l'esistenza, è posto su piani infiniti, tutti possibili, molti assurdi. 
"In tutte le finzioni, ogni volta che un uomo si trova di fronte a diverse alternative, opta per una di esse ed elimina le altre; in quelle del quasi inestricabile Ts’ui Pen, opta - simultaneamente - per tutte. Crea, così, diversi futuri che a loro volta proliferano e si biforcano. Fang, diciamo, ha un segreto; uno sconosciuto batte alla sua porta; Fang decide di ucciderlo. Naturalmente, ci sono vari scioglimenti possibili: Fang può uccidere l'intruso, l'intruso può uccidere Fang, entrambi possono salvarsi, entrambi possono morire, eccetera. Nell'opera di Ts'ui Pen, si verificano tutti gli scioglimenti: ciascuno di essi è il punto di partenza di altre biforcazioni. A volta, i sentieri di quel labirinto convergono; ad esempio lei arriva in questa casa ma in uno dei passati possibili lei è mio nemico, in un altro mio amico."
Tuttavia lo schema non è mai drastico, ma solamente ininterrotto, da assaporare ogni volta, ogni finzione ha un "sapore" diverso.
Il dramma quasi ironico di questo creazione di creazioni è spesso palese, come ne La lotteria di Babilonia. La realtà è solo un gioco d'azzardo. Chi la regola è sfuggente, quasi evanescente ormai. 

Borges ci offre il preludio a una realtà da affrontare che spesso è tenace, spesso ancora più infima. Queste creazioni, i libri nei libri, i sogni rinchiusi in menti umane che aprono nuove porte su diversi mondi, sono armi contro una lotta eterna contro il tempo e lo spazio.
Io qualche conoscenza passivo aggressivo l'ho avuta, e posso dire che sì, sono terribili. 
Proiettori di ansia e sconforto, ma sopratutto, di un malessere indicibile e intollerabile, perché non nostro. 
Nel Soccombente abbiamo tre elementi, tre pianisti, tre virtuosi. Uno è l'io narrante (praticamente Bernhard stesso), uno è il soccombente (Wertheimer), uno è Glenn Gould. Ed è questo che annienta gli altri.
Tre pianisti talentuosi certo, ma solo uno è veramente. Ovvero Gould. Sono coinquilini, in parte colleghi, tutti e tre frequentano lo stesso illustre maestro di piano. Ma mentre il narratore e Wertheimer sono pianisti "e basta" Gould riesce a diventare in tutto e per tutto ciò che voleva essere. Il pianoforte stesso. "L'ideale sarebbe che io fossi lo Steinway, che non avessi bisogno di Glenn Gould, diceva, se fossi lo Steinway potrei fare in modo di rendere Glenn Gould del tutto superfluo".
E così è. L'annientamento dell'arte è palese. Gould sembra malato, rattrappito di fronte al pianoforte. Ma in realtà è una persona normale. Non fa arte, ma diventa arte. Perché non si è mai posto quesiti, perché non ha avuto paura, perché era qualcosa all'ennesima potenza. 
Ma lo ammetto, per quanto Glenn Gould sia maestoso è il Soccombente che sgomita affannoso tra le pagine per catturare il lettore. Wertheimer è invidioso, disperato, perennemente scontento. È il passivo aggressivo.
Perché Gould non gli fa niente di male. Ma nell'ottica di Wertheimer lo ha ferito a morte. Lo ha pugnalato. Per quanto si atteggiasse come un vero stoico Wertheimer ha compiuto un suicidio nel nome di nient'altro che dei suoi demoni. Della sua passività sempre pronta ad attaccare l'altro. 

E il narratore affronta un'accurata e chirurgica analisi di questi due elementi con un'angoscia esasperante, un monologo, una confessione che leva il fiato. Un'analisi in negativo. Non c'è mai un complimento, e in parte non c'è nemmeno ammirazione. 
L'unico tratto positivo sembrano quelle Variazioni Goldberg che hanno fatto crollare Wertheimer. Un virtuosismo doloroso.
Perché ho visto prima il film invece che leggermi prima "Il labirinto" di Dashner? Molto probabilmente perché sono cretina. In ogni caso mi sono resa conto anche solo vedendo la trasposizione che sì, questa volta c'eravamo. La trama, i personaggi, mi sono piaciuti parecchio. E quindi ho recuperato il romanzo di Dashner. Ebbene, mi è piaciuto anche quello. Purtroppo però sono una scema e avendo letto prima il libro molte cose non erano così "esaltanti", l'adrenalina un po' si è persa. Però dai, ammettiamolo pure, stranamente una saga YA che mi piace abbastanza e che continuerò certamente. 


La trama sicuramente la sapete. Questi ragazzi sono rinchiusi in una radura al centro di un labirinto. Usciranno? Chi ce li ha messi? Perché quando arriva Thomas (il protagonista, ovvio) le cose si mettono male? 
Trama ovvia? Secondo me no. È solo, ringraziando il cielo, semplice. Ed estremamente efficace. Basta un labirinto, e l'idea di uscirne, a innescare un intreccio che si fa sempre più subdolo (e sicuramente nei due volumi seguenti lo diventerà ancora di più). Noi sappiamo poco, ma è proprio quel poco che ci spingerà ad avventurarci insieme a Thomas in quel dedalo misterioso. Basta una parola in realtà: intrigante.
Altro punto a favore di questo romanzo sono i personaggi. Sono sinceri. Basta con questi ragazzini che parlano come se fossero in un'opera di Shakespeare, che non hanno mai paura, che pensano e rimuginano sempre e comunque. In una società come quella che si è instaurata nella Radura si sopravvive e basta, per questo Dashner ha messo in scena ragazzini reali. L'unico che può un po' far storcere il naso è proprio Thomas (quasi sempre troppo coraggioso per i miei gusti, ma dobbiamo scoprire molto del suo passato). 
Inoltre devo ammettere che sono anche abbastanza ben caratterizzati. Forse alcuni più di altri, che vengono relegati in ruolo un po' macchiettistico. Ma l'interazione di questi ragazzi con quello che li circonda, cosa essenziale visto che è un distopico, è la cosa migliore di tutto il romanzo. La società che hanno creato, il linguaggio che usano, ha senso. Squillino le trombe, ha senso. 

Abbiamo quindi un romanzo adrenalinico, accattivante, di cui sento disperatamente bisogno di conoscere il seguito. Forse verrò delusa, ma non credo. 

Quello che vi consiglio è in pratica la prima graphic novel mai pubblicata, intesa come vero e proprio "romanzo a fumetti", ovvero "Contratto con Dio" lavoro meraviglioso di Will Eisner.
Ma il motivo per cui dovete procurarvi questo corposo volumetto non è la sua peculiarità, ma il suo contenuto assolutamente sincero. 



Quest'opera e una raccolta di quattro storie, ambientate tutte nei pressi di un caseggiato nel Bronx, dove vivono uomini fuggiti dalle persecuzioni razziali. La prima storia, quella da cui è stato tratto il titolo del romanzo, racconta proprio di un orfano ebreo, un bambino pio, convinto di aver stipulato un contratto con Dio proprio per la sua bontà, che intraprenderà poi una carriera ben diversa, sentendosi tradito visto che "Un contratto è un contratto".
In realtà i racconti che ho apprezzato di più sono il penultimo "Super" ma soprattutto l'ultimo "Cookalein". Il fatto è che proprio in questi racconti abbiamo uno zoom sulle vite umane perfetto. Senza tante spiegazioni ci vengono date in pasto semplici storie tremendamente umane, piccole realtà che sono comunque enormi da affrontare. 
Lo stesso Eisner nell'introduzione parla di "temi di carattere personale", dove la narrazione è sostenuta da esperienze e ricordi. 
Sono fatti quotidiani, semplici o meni, ma carichi di un dramma che non è assolutamente falso o caricaturale, ma solamente vero. Tutto questo senza alcuna pesantezza. Non vi sentirete afflitti, ma solo spettatori. Ok, non è certo la graphic novel leggera che magari si legge così, senza pensare, ma è comunque un'opera meravigliosa che in una giornata leggerete con piacere. 



Tra l'altro è proprio il tratto di Eisner che vi porterà avanti, con i suoi volti espressivi ma mai esagerati e le sue forme tangibili. Testo e balloons sono un tutt'uno con il disegno e la lettura sarà ininterrotta. Secondo me sarà anche il caso di recuperare qualcosa in lingua, vedremo. 

È forse possibile unire un sacco di cose terrificanti, ambigue, capaci di suscitare un "sense of wonder" che sfocia poi nel più completo raccapriccio? Ma, sopratutto, è possibile unirle e non creare una bruttissima opera che sfamerà solo la vostra voglia di leggere del pattume privo di riflessioni? 
Sì. Basta che vi procuriate "Le macchine infernali" del buon vecchio Kevin Wayne Jeter (uscito negli Urania) e sprofondiate in un labirinto di stradine londinesi per farvi accapponare la pelle. 


  • Jeter è l'inventore del termine steampunk. Ora, il mio fedelissimo compagno ne ha parlato anche qui,facendo il punto su quanto tra l'altro la gente si approfitti del termine e permetta alla propria persona di sfoggiare abiti che con lo steampunk hanno ben poco a che fare. Il punto è che in ogni caso in questo romanzo travalichiamo un bel po' il classico steampunk, per avere effettivamente un tripudio di stranezze e ucronie spaventose. Lo steampunk è la mera facciata, una scusa per mettere in scena stranezze e temi ben più spaventosi, dove il tic tac di un congegno a molla contorna il tutto. Quando il povero Signor Dower, orfano di un padre famoso per i suoi automi canterini, viene contattato in merito a un strano marchingegno, piomberà nelle assurdità più tremende.
  • Per l'appunto abbiamo un bel miscuglio di cose fatte bene. E sottolineo fatte bene. Come ho già detto poteva venirne fuori un'opera molto sciatta, oppure un bel polpettone indigesto. E invece abbiamo dell'ottimo scifi, dell'horror e pure del fantasy. Non scherzo. Sopratutto riguardo all'horror. Del resto sono venuta a sapere che Jeter ha iniziato proprio spaventando a dovere la gente, e devo ammettere che c'è riuscito benissimo anche qui. L'aria che si respira è malsana, degli "Automi Clericali" ci fissano con sospetto, si finisce in mezzo a stradine sconosciute, dove nessuno vorrebbe mai finire. 
  • Le macchine infernali di cui si parla nel titolo vi stupiranno. Non lasciatevi trarre in inganno da un'etichetta che vi parla di fantascienza. Qui abbiamo la mente umana applicata all'orrore vero. Dovrete voi stessi scoprire cosa siano realmente queste macchine infernali, qual è il loro vero scopo. Oppure, se la macchina infernale c'è davvero, e l'orrore si nasconde sotto ben altri nomi.
  • I personaggi che vi accompagnano in questo tour dell'assurdo sono più definibili con il termine creature. E scoprirete voi stessi perché. Tralasciando il fatto che la caratterizzazione non scade nell'ovvietà e che ogni personaggio sulla strada sarà di una qualche utilità e sopratutto sarà reale, la fauna che vi verrà incontro sarà molto, credetemi, molto variegata.
  • Come non parlare poi dei pazzi ululanti bestemmie che vi stordiranno con enigmi di cui non ci saranno risposte, di subdoli doppelgänger e cani che sanno più del dovuto? Sto palesemente cercando di incuriosirvi eh.
  • E infine, quello che davvero ha preso il mio scetticismo riguardo a quello che credevo fosse un tenero romanzo per passare il tempo in aereo. Amanti di Lovecraft venite avanti. Mollate Bloodborne e immergetevi in quello che vi lascerà quella tipica traccia di inquietudine, grazie alla quale vi sentirete maledettamente osservati dal cielo.
Insomma vi ho convinti? Non volete lasciarvi trascinare un pochino nel famigerato distretto di Wetwick e sentire un ticchettio sospetto?

Dovete spiegarmi perché alla fine sono scettica per un motivo, puntualmente mi ricredo, e poi comunque vengo delusa.
Oggi parliamo di "Grave Mercy", primo volume della saga "His fair assassin". Avete visto la copertina? Appunto. Mi aspettavo una cosa brutta, tipo la scema che si innamora del bad boy e viene trattata, appunto, da scema. Poi ho letto la trama. Suore che votano la loro esistenza al dio della morte (tale St. Mortain) e allenano ragazzine a diventare spie assassine. Ecco, io non mi sono lasciata abbindolare più di tanto dal discorso delle suore assassine, sperdute nel convento a tirar su macchine da guerre molto carine e seducenti. Però mi sono detta che magari qualcosa di buono poteva esserci. 



Sbagliato. 
Mettiamola così, l'idea è buona anche se banale (ragazzi, le suore assassine e le bellezze armate di stiletto, non mi sembra una cosa così rivoluzionaria), il personaggio principale ovvero Ismae, di cui seguiremo la missione alla corte di Anna di Bretagna, non è poi così fastidioso come più o meno tutte le protagoniste di uno YA. Peccato che però sia tutto terribilmente finto. 
L'autrice ha voluto farcire il suo romanzo di storia, provando a renderlo più serio, intrigante. Quello che ha ottenuto, secondo me, è solo una pesantezza insopportabile, pari a una ricerca storica fatta di copia e incolla. Gli intrighi di corte sono piatti, descritti in una maniera terribile, ovvi. LaFevers ci prova a farci sentire dentro il meccanismo, ci invita pure a metterci nei panni di Ismae, ma fallisce miseramente. Ci annoiamo e basta. 
Perché se ho in mano una storia dove ci sono assassine, intrighi di corte, amori impossibili e un po' di soprannaturale non dovrei annoiarmi così tanto. Invece andare avanti è impossibile. Neanche lo sfizio di trovare tutto assurdo. 
È un polpettone di ovvietà raccontate male. E mi dispiace un pochino, avrei preferito trovarlo pretenzioso e semplicemente banale. Invece abbiamo tutta questa roba, l'intrigo e l'elemento storico, Ismae e i suoi conflitti interiori. E alla fine poi di azione ne abbiamo ben poca, e se c'è passa in secondo piano. Tutte queste meraviglie che dovevano essere mostrate da divinità lugubri e suore ninja mica le ho viste.

Voi lo avete letto? Avete continuato la saga? 
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