Paper Moon
Immaginatevi la scena. Girovagando su Amazon.uk trovate questo libro con una copertina stupenda. Prima di tutto c'è un drago, e io sono una persona debole. Se c'è un drago in copertina il libro lo compro. Poi c'è una città gotica e il nome Seraphina. 
Il punto è: cosa succede quando poi leggendolo vi rendete conto che avete scelto per puro caso un fantasy contemporaneo di una potenza immensa?
Rachel Hartman ha conquistato la mia fiducia sin dal prologo. 
"My love of music eventually lured me from the safety of my father's house, propelling me into the city and the royl court. I took a terrible risk, but I could not do otherwise. I did not understand that I carried loneliness before me on a plate, and that music would be illuminating me from behind."
Seraphina è una sedicenne che vive nella capitale del regno di Goredd, e da poco è entrata a far parte della Corte come ruolo di Music Mistress, essendo dotata di enorme talento musicale. Ma cela molto più di quel semplice talento. Ha un segreto con cui è costretta a convivere, un segreto che non la rende unica (e attenzione, perché questo è il cuore del romanzo), la rende, ovviamente, diversa.
La infatti trama potrebbe sembrarvi quasi ovvia: ragazza speciale, intrighi a corte che cercano di distruggere una tregua quarantennale tra draghi e umani, una storia d'amore impossibile. In realtà vi state sbagliando di grosso, e la storia mette subito le cose in chiaro: qui non c'è posto per chi vuole sentirsi leggero. Seraphina è un fantasy per chi vuole vedere le cose come devono essere, Quanto gli umani sono crudeli, quanto i draghi sono diversi (draghi che ve lo dicono, sono fissati con la matematica, mi inchino), mantenendo comunque un sense of wonder invidiabile.




Essendo il romanzo narrato in prima persona attraverso gli occhi di Seraphina possiamo osservare l'atmosfera di crisi che tiene il regno in pugno. Gli uomini rimpiangono la tregua stipulata quarant'anni prima con i draghi, che gli ha costretti a vivere fianco a fianco a quelle che ritengono creature meschine e orripilanti. Per questo per strada vengono presi di mira i sarantraai, i draghi nella loro forma umana, che sono stati ghettizzati in una parte della città che di notte viene sbarrata a tutti gli altri. 
Così la narrazione si struttura automaticamente in due percorsi: da una parte ciò che Seraphina è costretta ad affrontare per stanare il fantomatico attentatore che vuole metter fine alla tregua, dall'altra l'occhio è costantemente puntato su una società in procinto di crollare, con tutti i suoi pregiudizi e le sue insidie, causate sia dagli uomini che dai draghi stessi. Del resto, mentre gli uomini biasimano chi cerca di comprendere i draghi, quest'ultimi non cercano minimamente di comprendere cosa significhi essere umani. O meglio, non possono. I draghi vivono in rispetto dell'ard e l'ard è un po' come la Forza. È l'equilibrio, ciò che permane l'universo e lo regola, ciò che ci mantiene vigili e ci guida nel buio. Solo che per i draghi si tratta di un dogma, un obbligo che li costringe ad allontanare chi cede troppo facilmente agli istinti più deboli. L'amore non è cosa da draghi, così come la compassione e persino la paura. Questa bipartizione crea un mondo molto ben definito, che in parte può ricordare Urras e Anarres i due pianeti gemelli ma ideologicamente incompatibili narrati in The Dispossessed di Ursula Le Guin. Come può un regno reggersi in piedi quando ci sono così pochi punti in comune? Ed è questo il punto di forza di Rachel Hartman, il suo non essersi concentrata sul fascino e sulla maestosità dei draghi, ma sulla loro incompatibilità con gli esseri umani. In tal modo l'interesse è causato non tanto dall'ampiezza e dai minuscoli dettagli che il mondo di Goredd offre, bensì sulle meccaniche che lo regolano e che lo fanno vacillare così pericolosamente verso la guerra. Del resto l'autrice non offre molti altri spunti per incuriosire il lettore, e alcuni dettagli (per esempio, come viene governato il regno? Sì, ci sono delle province, ma come funzionano? Come è distribuita la popolazione) che in altri romanzi sono i mattoni che vanno a formare un quadro più grande vengono bellamente ignorati. L'unico espediente che tiene insieme i due mondi è la lingua. Rachel Hartman si è cimentata nella glottopoiesi, creando un linguaggio abbozzato ma interessante, perché sono proprio le diverse lingue (e addirittura i dialetti) che ci aiutano a comprendere meglio la società di Seraphina. 

E poi appunto c'è lei. E Seraphina è legata a doppio filo alla tregua. Perché sua madre era un drago. Questo è il suo segreto. È un outsider? No, perché nessuno sa cosa sia veramente (tranne suo padre e il suo zio/mentore), ma non la rende nemmeno la ragazza unica e speciale che ci avrebbe fatto cadere le braccia in un altro romanzo. 
Seraphina è una freak. È costretta a vivere in allerta, temendo di essere scoperta sia dai drghi, non capisce i draghi e he la vedrebbero come un abominio, ma non può certo rapportarsi con gli uomini.
"I scrupulously hide every legitimate reason for people to hate me, and it turns out they don’t need legitimate reasons. Heaven has fashioned a knife of irony to stab me with." 
Sebbene sia un romanzo fantasy la magia in questo caso non è assolutamente un bonus a favore del protagonistam anzi. Le sorprendenti capacità che poco a poco si risvegliano in Seraphina sono assolutamente terrificanti. Il suo Garden of Grotesque è un luogo che lei stessa ha costruito nella sua mente per tenere a bada alcune visioni che la tormentano. 
Del resto fino a che non troverà il suo ruolo in quella società non potrà mai essere capace di gestire ciò che ha nella mente, così come non potrà guardarsi allo specchio senza provare ribrezzo per sé stessa.
 E per capire chi si è veramente c'è bisogno d costruire legami, dire la verità quando necessario, il lettore accompagna Seraphina in un percorso d'accettazione labirintico.


Quello di Rachel Hartman è un romanzo in realtà molto complesso, a partire da un intreccio solido ed efficace fino all'ultima rivelazione, in un territorio che va quasi a sfiorare argomenti metafisici. Tra storie d'amore che si affrontano discutendo di filosofia ("I mistook you for a metaphor.")  fino a draghi che rischiano di dover dimenticare cosa vuol dire essere umani, per quanto loro stessi siano costretti a farlo per essere accettati. 

- Che facciamo ora Bob?
Ecco, possiamo cominciare a parlare di Mucho Mojo Club a partire da qui. Perché sta tutto qui dentro. Una raccolta di undici autori cattivissimi, stelle oscure del thriller internazionale. 
Chiedere a Bob cosa facciamo ora ci catapulta in un universo sporco, malandato, corrotto e crudele. Lo abbiamo davanti Bob mentre consulta un taccuino cercando di capire come risolvere un terribile omicidio. 





Perché quello che conta è proprio questo, l'atmosfera. Se non ci cadete dentro a questi racconti, se non siete capaci di farvi bendare e abbandonare in una strada deserta lasciate perdere. Ma non sapete quello che vi perdete. 
Fuga continua di Jeremy Robert Johnson vale da solo il biglietto (autore che io non conoscevo, e che adesso voglio recuperare tutto, tutto, perché dio mio!).
Un racconto potente e sublime, perfetto fino all'ultima dolorosa scoperta. Tutto è sbagliato, e va bene così. Johnson è l'evoluzione della cattiveria di Palahniuk a mio parere, e questo lo rende un autore da divorare in una nottata. 
"Una notte ti sei trasformato in una creatura inquietante, sei strisciato nel suo appartamento quando sapevi che stava per iniziare il suo turno al Sassy’s Bar. Ormai eri un esperto nello scavalcare le finestre, il caldo estivo le faceva tenere aperte a tutti. Ti è sembrato che ci vivesse appena lì dentro, se si escludevano il suo futon disfatto e l’esplosione di vestiti dappertutto. Hai lanciato due paia di mutandine nel tuo CamelBak e sei corso a casa per il festival delle seghe epiche. Hai stretto il perizoma di pizzo giallo alla base del cazzo; poi hai annusato il paio di cotone blu e te lo sei sbattuto fino allo sfinimento. Non sei mai rimasto a corto di fantasie – le tue preferite riguardavano lei che si introduceva nelle case con te, violando ogni stanza."
Poi c'è Jenny di James Oswald, racconto che fa parte della serie dell'Ispettore McLean ambientata a Edimburgo. Una narrazione di una precisione incorruttibile. Bisogna saper tenere il fiato per molto tempo però, siete avvertiti. 
Leggere Mucho Mojo Club è un'esperienza potente, vivida. È una raccolta costruita in modo tale da voler costringervi a smettere di leggere però no, non potete proprio farne a meno. 
Se Orwell in Decline of the english murder rammenta che il crimine perfetto è quello costruito su una base sociale, causato dalla vostra scorretta posizione in un microcosmo ben definito, dal caos famigliare, dall'adulterio, leggendo questi racconti sarebbe stato più che soddisfatto, da Jenny a Favori di Jon Clifford. 
È possibile costruire luoghi affascinanti perché perduti, luoghi che mai avreste potuto conoscere sotto quella luce malsana.
E fu così che dalla mia immaginazione, e grazie ai racconti di Billy e alle esplorazioni in sua compagnia, sorse un’altra città, più concreta e vivida di quella che credevo di conoscere: una città oscura. Una città di reietti che riluceva d’una maestosità guasta: un’architettura della sconfitta di gran lunga più monumentale del brulicante triangolo di negozi e uffici accatastati tra le stazioni ferroviarie e inconsapevolmente lambito dalla grandiosità del suo passato. (La fuga di Billy Micklehurst, Tim Willocks)
Ma si può anche scivolare lentamente nel male, nell'ignoto (perché in fondo si tratta anche di questo no? Di perdersi è basta, senza voler ritrovare l'uscita), per questo in fondo alla raccolta si trova quello che è molto probabilmente il vero momento di terrore, quello originale e completamente puro: Il sangue dell'agnello di Jon Connelly. 
Quindi fatevi abbandonare per strada, entrate in un edificio poco raccomandabile, non temete il buio. Ci sono un sacco di cose che si nascondono lì dentro. 


Draghi, villain, eroi, segreti, piani misteriosi. 
Queste sono le premesse di Nimona di Noelle Stevenson (Bao Publishing), e dico, solo per queste premesse alquanto semplici dovreste correre a leggerlo. Il punto è che per quanto appunto possa apparire semplice il soggetto di questo fumetto leggerlo in realtà vi provocherà emozioni ben più forti. 



Nimona è una ragazzina mutaforma (da gatto a drago, da essere umano a scoiattolo) che si offre volontaria per il ruolo di spalla del malvagio Lord Ballister Cuorenero, un ex cavaliere che ha accettato il ruolo di malvagio, di cattivo tra i più cattivi del regno, dopo aver perso un braccio durante la giostra contro l'amico Ambrosius Lombidoro (i nomi ragazzi, i nomi), diventato invece, ovviamente, paladino della giustizia e campione dell'Ente, una misteriosa società segreta che si occupa degli affari del regno. 
L'opera svela lentamente la sua trama, partendo da semplici gag tra Nimona e il suo boss, con il quale condividiamo il punto di vista, fino ad azioni potenti che porteranno verso un finale ad alta tensione, che dovrà rivelare cosa veramente si nasconda dietro l'ente, e sopratutto quale sia il passato, la causa, dei maestosi e terribili poteri di Nimona

Ma dietro all'intreccio si nasconde un percorso che porta all'accettazione di sé di ognuno dei personaggi, attraverso l'evoluzione dei rapporti, smaltendo rancori e frustrazioni tenute nascoste molto a lungo, e molto più crudelmente rispetto ai segreti dell'Ente. 
Ed è questo che chiaramente rende speciale Nimona, il suo essere una bomba emotiva a rilascio graduale, capace di farvi sghignazzare (non ridere attenzione, proprio sghignazzare, siamo insieme a un villain santo cielo!) fino a farvi chiudere il volume con gli occhi lucidi. 
Non pecca, mai, neanche una volta, neanche in una tavola. 

Noelle Stevenson ha creato un mondo dove magia e scienza coesistono nelle loro più sublimi manifestazioni. Non è steampunk, non è urban fantasy. È qualcosa di molto vicino al mondo di Adventure Time probabilmente, ma privo delle sue dinamiche casuali e governato invece da leggi precise e manifestazioni regolari. Ci sono roccaforti e mercati medievali insieme a schermi (volutamente pacchiani) per comunicare messaggi, ci sono draghi (e attenzione, i draghi sono creature che esistono, visto che Nimona è capace di tramutarsi in uno di loro sebbene abbia specificato "solo creature esistenti") e pistole laser. Laboratori e montagne che celano magie arcane.
E la dicotomia tra magia e scienza è espressa perfettamente nel rapporto tra Nimona, essere magico e misterioso per eccellenza, e Ballister, stratega che si affida completamente alla scienza per ideare i suoi piani.
Nel mezzo la misteriosa sfera creata da una scienziata: "Questo dispositivo, signore, è il primo a conciliare scienza e magia!"

I tre personaggi, Nimona e Cuorenero, ma anche Lombidoro, muteranno le loro ambizioni, dimostrando di non essere cattivi senza pietà o eroi bugiardi.
E sopratutto Nimona, che vedremo sempre attraverso gli occhi di Cuorenero dimostrerà di essere non solo una spalla divertente e chiassosa, una ragazzina esuberante e crudele, ma una vera e propria ragazza-mostro, molto più potente, molto più reale e vincente del classico stereotipo della donna donata di immensi poteri e per questo intoccabile e/o condannata. 
Per questo Noelle Stevenson ha dedicato quest'opera a loro, "A tutte le ragazze-mostro", a quelle capaci di scegliere da sole.
Signori sono lieta di presentarvi la nuova scintillante rubrica di Paper Moon.
Sì, l'oroscopo. 

La faccio breve: sono abbastanza bruciata da esser capace di fare dei piccoli oroscopi da un bel po' di tempo, è una storia lunga (qualcuno ha detto asociale? Chi?). 
Ci vuole calma e un po' di tempo, ma mi diverte. 
Per questo ho pensato, perché non rendere l'oroscopo (che poi mica è vero che avrete nuovi incontri come minimo) l'ennesima scusa per consigliare bei libri? 
Perché non scomodare anche i pianeti per parlare di letture?
E quindi eccoci qui. 

Ogni mese uscirà un nuovo post dedicato all'oroscopo con letture consigliate a seconda dell'esito uscito. Ogni volta inoltre piccolo focus sul segno del mese, così da presentarvi degnamente i disegni che è riuscita a creare Lipsteria, che ha capito tutto as usual, ed il risultato secondo me è perfetto. 
Buona lettura! 

Ariete 
Molto probabilmente è il caso di iniziare l'anno con Craspedacusta. No, non è una pianta velenosa del Sud America, ma il protagonista di Se non è vietato è obbligatorio o dell'ottimismo di Dave Eggers. Perché a quanto pare qua in mezzo di questi tempi serpeggia tenacia in abbondanza. E sì, serpeggia, si nasconde da qualche parte cercando di confondere gli obbiettivi. Come nella campagna elettorale narrata con insidia dall'autore americano momenti luci si alternano ad assurde insidie. Io ci darei un'occhiata, tanto per racimolare malsane energie combattive che non fanno mai male. 

Toro
Quando le cose sono poco chiare e riguardano chi ci sta vicino è sicuramente proficuo armarsi di una mappa. Come fanno Julius, Ariadne e Fedro ne Il piccolo regno di Wu Ming 4. Forse è il caso di mettervi nei panni di chi cerca disperatamente di trovare un ordine delle cose, a costo di fare i conti con qualche spettro rancoroso (è una fatica farlo, ma il libro è bellissimo, davvero, e la mappa che vi serve la trovate lì dentro).

Gemelli
"We lived in the gaps between the stories." Il racconto dell'ancella, Margaret Atwood.
E spesso c'è bisogno di ascoltare. E quando c'è voglia di ascoltare? Quando si sente il bisogno di capire le cose a fondo? 

Cancro
Tutto sembra immobile e perfetto. Lento, maneggevole. Comprensibile. 
Anche a I Buddenbrook (Thomas Mann) sembrava così.

Leone
Minuscoli spazi vitali da gestire con pazienza. Ma a quanto pare siamo brillantissimi in questo periodo (complimentoni, buon per voi). Quindi ci si possono gustare dei sorrisi larghissimi, e Freezer di Veronica Veci Carratello (adolescenti ansiose, gatti suicidi) sembra un ottimo compagno per un pomeriggio.

Vergine
Mi risulta che a breve potranno dirvi che siete pedanti. Oh, a me lo dicono spesso, quindi non prendetevela dai. Però per rimediare uno può farsi mettere in riga da Bartimeus (L'amuleto di Samarcanda, Jonathan Stroud). "I had a chance at him now. Things were a bit more even. He knew my name, I knew his. He had six years' experience, I had five thousand and ten. That was the kind of odds that you could do something with."
In realtà il protagonista, Nathaniel, ci mette un po' a capire bene come funzionano le cose quando si ha a che fare con un demone millenario e armato di sarcasmo (tipo tutta la saga, per questo si da il caso che vi consiglio anche di continuare). 

Bilancia 
Atmosfere da villain. Si confabula e si progetta. Si sghignazza anche malamente a quanto pare. Calatevi ancora di più nell'atmosfera con Nimona di Noelle Stevenson, l'apprendista del malvagio Lord Ballister Blackheart (come si fa a non adorarlo? Solo il suo nome vi invita a diventare suoi apprendisti). 

Scorpione
Anche in questo caso serve una mappa. Ci si perde un sacco ultimamente a quanto pare. Ma qui manca anche l'obbiettivo. E quindi? Che si fa? Si legge un classico sul divano aspettando l'ispirazione per una qualche azione di cui compiacersi? Anche no. 
Leggere Premessa per un addio (Gian Luca Favetto), quello sì che potrebbe esservi d'aiuto. Di mezzo c'è un cartografo (senza mappe, anche lui. Prendete esempio).

Sagittario
Buon per voi ragazzi, a quanto pare avete trovato il film giusto da vedere al cinema 2day. O avete trovato il pan di stelle fortunato. Quelle cose lì insomma. Sembra che tutto vada bene e fate bene a fare un sacco di cose. Compratevi una Moleskine magari. E Se avete così tanto tempo a vostro favore trovate la giusta combinazione di Come svanire completamente (Alessandro Baronciani).

Capricorno
Parola d'ordine: conoscenza. No, non scherzo. Anche voi ne sapete un sacco di cose in questo periodo. Magari qualcuno rosica anche un pochino, ma voi fatelo rosicare. 
La lettura perfetta è sicuramente I capelli di Harold Roux di Thomas Williams, fidatevi. Allard Benson è amico di Harold Roux, ma in realtà è anche un personaggio creato da Aaron Behnam. Seguite la narrazione, aprite le scatole cinesi. Con calma però. 




Acquario
(20.01-18.02)

Essere responsabili è una fatica orribile. Ma con il giusto equilibrio, con i giusti legami si può partire senza aver paura di guardarsi indietro. E sopratutto, si può ascoltare chiunque. Io in un clima del genere mi distruggerei volentieri il cuore con L'oceano in fondo al sentiero (Neil Gaiman ha sempre ragione, sia quando si è in dubbio che quando si è al culmine delle proprie certezze). 
"Oh, monsters are scared," said Lettie. "That's why they're monsters."

Pesci
A quanto pare non ci capite niente. Sentimento comune. Se volete sentirvi anche peggio immergetevi nelle atmosfere di I segreti di Heap House. Edward Carey ha iniziato questa storia dopo aver abbozzato un disegno del protagonista, che gli ha ricordato un dagherrotipo vittoriano. Le premesse sono buone secondo me. 









Gli anni passati cercavo di fare, per quanto possibile selezionando tra una marea di letture, una mini classifica delle letture migliori e di quelle peggiori. 
Quest'anno farlo è tecnicamente impossibile. Ci ho provato, rendendomi conto che prima di tutto ho letto veramente tantissimi libri belli, quindi selezionarne solo cinque è abbastanza utopico (ho letto ottanta libri, come al solito, ma rispetto agli scorsi anni ce ne sono stati davvero tanti meritevoli, e qui trovate l'elenco completo su Goodreads). Proprio per l'immensa qualità delle letture e visto quanto sia già stato difficile selezionarne poche tra queste, metterle in ordine dal primo all'ultimo è pura follia. 
Per quanto riguarda le peggiori ho poco da dire. Ho evitato i libri brutti, andando a pescare nel trash ma consapevolmente (vedi la rubrica CNM). L'unica grande sofferenza del 2016 ve la dico subito (ma lo sapete già): The Cursed Child (qui la recensione, sempre su Goodreads, ero troppo affranta, sono troppo affranta, per scriverne sul blog). Ancora spero che la Rowling riveli che si tratti in realtà di una fan fiction di Potterina90.

Quindi beccatevi questi dieci libri ordinati in ordine di lettura (facciamo le cose con criterio qui).
Scegliendoli tra gli altri mi sono resa conto che è stato un anno all'insegna del distruggere per ricostruire. Di esseri umani persi per strada che riescono a ritrovarsi, con qualsiasi mezzo possibile.
Alla fine aggiungo anche altri tre consigli spassionatissimi, perché tenerli per me sarebbe stato scorretto.





Furore, John Steinbeck (Bompiani)
Furore è una grandissima storia, il viaggio di una famiglia che sfrattata dalla sua terra (terra e famiglia, tutto il romanzo si potrebbe riassumere in queste due parole) cerca di raggiungere la California, dove ci saranno casette bianche, arance da cogliere, e così tanta uva da farci il bagno.
Un viaggio che ricorda l'esodo biblico, ma anche qualcosa di fin troppo attuale.
Il furore che matura nei cuori di questa gente è un furore che non trova mai sfogo, perché non si ha radici, i migranti diventano nomadi e vengono trattati come vagabondi.
La famiglia Joad ci dimostra in mezzo a tutta questa polvere (e ai disegni insensati che riesce a creare in mezzo a dei terreni disastrati o nel cuore del deserto) cosa si fa, come si fa ad andare avanti, fino all'ultima pagina, che è semplicemente un capolavoro.


Teatro Grottesco e La cospirazione contro la razza umana, Thomas Ligotti (Il Saggiatore)
Ho messo questi due titoli insieme perché effettivamente pur non riuscendo a fare una classifica precisa per me Ligotti è stata la scoperta dell'anno. 
Teatro Grottesco è un terreno apparentemente asettico su cui riescono però a sorgere orrori fin troppo fertili. Affrontare la lettura di questo romanzo è come metter mano dentro un barattolo il cui contenuto non ci è noto."Parole d'ordine": insensatezza, fili invisibili, luci tremule, strade fredde, carnevali, giostre guaste, stanze umide, infestazioni, soglie (da non varcare mai), caffè angusti.
Il lirismo raggiunge livelli che vi faranno venire i brividi. Thomas Ligotti riesce poi a mescolare gli orrori, i tremori, con l'arte. La maneggia e la innalza ad artefice di qualsiasi cosa, fino a renderla grande distruttrice.
La cospirazione contro la razza umana è un'opera terribile che avviene ogni giorno. Ligotti apre di fronte al lettore un sipario svelando le incertezze e l'instabilità della vita umana, la storia di come l'uomo, dai primordi, ha soppresso la propria coscienza, ha riposto in una stanza lontana il vero sé stesso, nascondendosi insieme ai suoi simili, in mezzo ai suoi simili, grazie a processi che lo hanno aiutato a sopportare questo incredibile fardello che è la vita.
Perché è la vita la cospirazione, insieme al perturbamento che essa causa.
Ligotti, con una dialettica sublime, con voce sardonica, parla di letteratura, di come solo alcuni siano riusciti a svelare il nostro costante disagio verso qualcosa, verso quel perturbante, quell'atmosfera che pochi sono riusciti a mostrare. Quel qualcosa insomma che allarma la nostra coscienza, che tenta di svegliarla. Ed è il soprannaturale è la forma che l'uomo ha dato al perturbante, generando orrori interiori ed esteriori.
E come sopravvivere? Le risposte ci sono, Ligotti (che per me si trova in mezzo a quelli che lui stesso onora di aver saputo dare vita a quell'atmosfera indicibile) ne snocciola alcune citando filosofi e demolendo religioni. Ma all'uomo, vittima di sé stesso, vittima di una cospirazione senza radici e per questo imbattibile, sicuramente non piaceranno.

La nuova Justine ovvero le disavventure della virtù, Marquis de Sade (Garzanti)
Sade è un distruttore, non ha bisogno di alcuna spiegazione (né di spiegarsi).

I gatti non hanno nome, Rita Indiana (NN Editore)
Questo romanzo è praticamente meraviglia confezionata.
Una ragazza, di cui non conosceremo il nome, ci racconta il passare delle sue giornate, mentre cerca di scoprire sé stessa. Giornate lunghe e calde (riusciamo a sentirle) passate nella clinica veterinaria dello zio, con l'amica Vita (un rapporto che crescerà, molti pezzettini si metteranno accanto a formare parole nuove), con un haitiano dalla voce sembra "sciroppo per la tosse".
Il romanzo è pieno zeppo di informazioni. Volti, profumi, lo stile di Rita Indiana ha un ritmo sfrenato, coinvolgente. Ci passano davanti immagini, momenti, scarti (gabbie vuote, barattoli di curry infranti, muri appena tinteggiati). Oggetti ben precisi anche, dischi di Jim Morrison e libri sul buddhismo.
Avete presente no? Narrativa sudamericana = realismo magico.
Beh, non è del tutto scorretto anche in questo caso. Il punto è che qui c'è qualcosa di più. Quel realismo magico, di madri folli e racconti bizzarri e ogni volta diversi, ci sono scritte al neon che compaiono sulle fronte della gente, una follia da droga leggera.
Ma in tutto questo la narrazione va avanti, e succede sempre qualcosa.
(Qui il Get this now).

Sottrazione, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni)
Sottrazione segue sì un criterio che va a eliminare un certo numero di battute per ogni racconto, dalle 18233 del primo alle 163 dell'ultimo (spazi compresi), ma effettivamente la premessa iniziale è la cosa più reale del romanzo, l'unica verità: “Scrivere per sottrazione è moltiplicazione”.
Ciò che invece è veramente precario e quasi subdolo in questi racconti è il legame con la realtà.
Sperduti gioca con le parole, traccia sentieri surreali e utilizza il linguaggio per intaccare tutto ciò che lo circonda, provocando distorsioni, fraintendimenti e pura libidine lessicale.
Le immagini che ne nascono sono guaste, ma narrate chirurgicamente, niente viene lasciato indietro, neanche quello che è stato sottratto alla realtà.
Il punto è che il mondo reale, per quanto piegato alle leggi del linguaggio di Sperduti, non perde mai linfa vitale, ed è in continuo divenire.
Diciamolo apertamente, Sperduti si diverte un sacco.
Salta da una cronaca assurda all'altra, ci trascina via, ci lascia nel bel mezzo di una situazione orribile per osservare il panorama (La rete), ci mette in bocca (sopratutto in testa) parole che non ci sono.
Se il linguaggio serve per comunicare allora serve per interagire, e in questo caso l'interazione avviene con qualsiasi cosa abbiamo intorno.
“Se le cose dovessero svegliarsi, dopo tutto questo tempo, sarebbero affamate.”
Per questo è assolutamente necessario leggere Sottrazione, perché c'è ma allo stesso tempo vive solo nella vostra testa. È la geometria cerebrale che vi fa credere che ci sia un ultimo gradino in fondo alla scala, ma in realtà il vostro piede cede sul pavimento. Ma qui, alla fine, quel gradino spunta davvero.
Scrivere per sottrazione è davvero moltiplicazione, perché più si scivola verso il basso più ci si sente circondati. Il precipitarsi verso una pagina sempre più bianca non porta incontro al vuoto, bensì verso molteplici forme di vita. Forme che non sono mai uguali, perché ogni racconto è sempre diverso, ogni volta illogico o sorprendente in maniera nettamente diversa rispetto all'ultimo.

(Qui il Get this now)

Cento poesie d'amore a Ladyhawke, Michele Mari (Einaudi)
Un canzoniere struggente e allo stesso modo infimo.
Da Shakespeare a Ladyhawke, il passo è davvero brevissimo (bello e crudele).

(Qui il Turn of the Brew scritto da Alessio)

Io sono vivo, voi siete morti, Emmanuel Carrère (Adelphi)
Questa biografia di Dick non solo l'ho divorata, ma ho anche riletto come una matta diversi passaggi per diversi giorni. 
Un Impero che non è mai cessato, la continua lotta tra finzione e realtà (ma sopratutto tra il koinos e l'idios kosmos, battaglia infinità ancor più terrificante perché propria dell'uomo, interna e feroce, ma anche della macchina-simulacro) per conquistare l'egemonia. 
La storia di Dick è certo riflessa nei suoi romanzi, tra il ghigno di Palmer Eldritch e l'eterna inconsapevolezza di Hawthorne Abendsen, ma è sopratutto la figura continuamente sospesa di Dick stesso, sempre al confine e che coglie sempre l'occasione, fortunatamente, di dire la sua, cercando di varcare lo specchio, o almeno cercando di decifrare le scritte che vi compaiono.

Amore in forma chiusa, Roberto Piumini (Il melangolo)
Un canzoniere pieno e rigoglioso nello stile della grande poesia trecentesca, ma in realtà, giustamente, ben diverso e molto più contemporaneo. Come ammette lo stesso Piumini il suo non è un canzoniere diviso in una prima parte gioiosa e in una seconda ben più lacrimevole. La sua raccolta è l'orgoglio di un amore in tutte le sue forme: la complicità, l'ironia, la dolcezza, la sessualità (i sonetti erotici sono forse quelli più belli).
Questi componimenti sono così giochi d'amore, piccole delizie da scartare poco alla volta, da leggere sorridendo.


Hogfather, Terry Pratchett (Corgi)
Non contenta quest'anno ho deciso di iniziare anche una delle saghe più infinite di sempre: Discworld.
Tutti i personaggi di questo episodio durante la Hogswatchnight vanno incontro a un processo comune: mettere in discussione ciò in cui credono.
Teatime che semplice distruttore non riesce a capire appieno i complessi meccanismi della mente umana e Morte che al contrario ci prova con tutto sé stesso, diventando assurdamente creatrice di fiducia e speranza. E Susan che si trova in un limbo in cui non vuole credere, vuole solo cose normali, una vita normale, nonostante, avendo dei geni un po' particolari, sia in grado di vedere tutte le creature impossibili che infestano il Mondo Disco. Dai bogeyman alla Fatina dei denti.
Tutti e tre devono fare i conti con una cosa semplicissima: comprendere il bisogno umano di credere in qualcosa. Ed è questo il motivo per cui Hogfather deve essere salvato.
Le tradizioni hanno radici antiche, primordiali.
E Hogfather è una divinità che un tempo si occupava semplicemente di far sorgere il sole, o almeno, questo era il lavoro che l'umanità agli albori gli aveva assegnato, ma poi, passando il tempo e di conseguenza le necessità umane, si è ritrovato a portar doni ricevendo in cambio sherry e pork pie. Old gods, new jobs spiega Morte.
Hogfather è la personificazione antropomorfica del Natale e l'uomo è una creatura mitopoietica, ovvero "Means we make things up as we go along."
Terry Pratchett riesce a dissacrare completamente la tradizione natalizia e al contempo portarla all'apoteosi, insieme ai bogeymen e ai disegni che facciamo da bambini, quelli dove il cielo è solo una riga azzurra in cima alla pagina.
"TRICKERY WITH WORDS IS WHERE HUMANS LIVE."
E il bisogno di credere in qualcosa di irreale è ciò che ci rende così imperfettamente umani. Ci rende creatori, ci rende qualcosa di molto più speciale, malgrado molto più fragile, di creature senza cuore come i Regolatori, che non riescono a concepire nient'altro se non il niente assoluto. Quindi come possono tollerare la fiducia che la razza umana pone nell'universo?
La conversazione finale tra Morte e Susan io vi consiglio di leggerla, stamparla e attaccarla all'albero di Natale, come cinica celebrazione.

(Qui il post Natalizio del BBB, altra conquista del 2016! Preparatevi, nel 2017 avremo un BBB- Segnale).

Ed è diventato un delirio chilometrico. 
Per finire vi consiglio altre meraviglie scoperte quest'anno.
Bone di Jeff Smith (Bao Publishing), un fumetto che rileggerei ancora e ancora. La storia dei tre fratelli Bones è un'epopea fantasy all'ennesima potenza, ma in realtà è anche molto di più. Non fatevi ingannare dalla sua mole. Lo divorerete.

Volevo anche consigliarvi LA serie tv dell'anno. Potrei consigliarvi Stranger Things, ma credo che l'abbiano già fatto in molti (e se ancora non l'avete vista occupatevene prima di togliere le lucine natalizie). 
Quindi vi consiglio Gravity Falls (qui il trailer. E vi dico una cosa, l'HBO può impegnarsi quanto vuole, ma non supererà questa sigla). E no, non è una serie tv, è una serie animata Disney, ma vi assicuro che sarà capace di travolgervi quanto Stranger Things, assicurato. Prendete l'effetto mind blown di Adventure Time eliminando però le sue sfumature più inquietanti (per me AT è come Twin Peaks) e aggiungete umorismo e avventura a palate. Una storia che dura un'estate, non un giorno di più, non uno di meno, ma che attraversa infinite dimensioni.

Per quanto riguarda il film, che ve lo dico a fare. Mi sono emozionata di più quando ho visto Darth Vader in Rogue One che quando mi sono laureata.

Auguri miagolanti. E grazie per seguire i miei deliri, vi prometto che quelli del 2017 ci porteranno dritti a risvegliare Yog-Sothot. 

Faber di Tristan Garcia (NN Editore, traduzione di Sarah De Sanctis) è la storia di un uomo non convinto di essere tale. Faber è un diavolo, un demone esasperante, un profeta. 
La prima volta che lo incontriamo ha le sembianze di un uomo distrutto, invecchiato precocemente, putrescente, lo specchio di quello che era una volta. Lo sappiamo, sappiamo quanto è cambiato, anche se non l'abbiamo mai incontrato prima. La sua migliore amica Madeleine lo raggiunge nell'Ariège, sui Pirenei, per portarlo a casa.


Ed è così che Tristan Garcia ci fa conoscere Faber all'inizio, attraverso gli occhi dei suoi due migliori amici, che sono tornati al suo cospetto dopo anni, dopo aver ricevuto entrambi una lettura con una richiesta d'aiuto, una lettera scritta in un codice che solo loro conoscevano un tempo. Un codice creato quando Faber era potentissimo. 
Madeleine e Basile rievocano nei primi capitoli l'immagine di Faber di un tempo, Faber il distruttore. Colui che sì, li ha salvati entrambi dal bullismo, dalle continue prese in giro, li ha risollevati e ha cancellato e loro esistenze mediocri fornendo loro idee, congetture e, ovviamente, sé stesso, un amico irresistibile, un amico capace di qualsiasi cosa. 
Ma Faber crescendo è divenuto il male ai loro occhi, un capriccio, un insolente di cui essere solamente gelosi. Faber sembra essere ora crollato sotto il suo stesso peso, ma chi davvero sembra distrutto e avvelenato sono i suoi amici di un tempo. 
E quindi? Chi ha inviato quelle lettere?

"Il tono sconvolto di Maddie dall'altra parte del filo mi ha fatto capire che probabilmente avevamo commesso un errore: non aveva il sangue freddo necessario per riportarlo in città. Quanto a me, non avevo nemmeno avuto il coraggio di andare a prenderlo nell'Ariège."

Il romanzo, che gioca con il Faber del passato e quello del presente, flâneur incosciente in una città che si chiede come possa essere tornato derelitto, come possa essere ancora senza una corona, ha come sfondo questo insidioso mistero. Chi davvero ha spedito quelle lettere? Si tratta di un complotto che prende forma poco a poco, mentre la figura di Faber assume contorni ben precisi, così come quella dei suoi amici di un tempo. Al centro la fittizia città di Mornay negli anni novanta, con le sue novità e le sue battaglie politiche. Sorelle che se ne vanno in Erasmus, dischi mai sentiti, genitori che preparano la merenda. E le discriminazioni e le rivolte studentesche. Tutto sembra cambiare, lentamente, macinando il reale.

E bisogna a questo punto aggiungere che Tristan Garcia, oltre a saper narrare uno storia mostrando direttamente al lettore ciò che ha bisogno di vedere, è uno dei massimi esponenti del realismo contemporaneo. La storia è lì fuori. E Faber è reale quanto la storia stessa. 
Per me quindi più che distruggere Faber riesce davvero ad annichilire la realtà. A ridurla un niente. Faber azzera i suoi amici, i suoi genitori, le credenze. È un mutaforma affamato di realtà, ma allo stesso tempo è un essere umano inadatto, che stringe sé stesso e gli altri in una morsa soffocante.

"Lui, vestito da Mandrake, teneva nella mano destra il suo portafogli, quello con una foto di me a tre anni infilata sotto la plastica. Ha mormorato: «Mentre facevo il mio numero è riuscito a rubarmelo.. ti rendi conto?».
«Basile» mi ha posato la mano sulla spalla «il tuo amico... stacci attento, piccolo mio».
«Ma papà» ho protestato «con me è gentile».
«Volevo dire: veglia su di lui».
Poi mio padre ha messo via le sue cose da mago e non le ha mai più tirate fuori."

Faber è un demone manipolatore molto probabilmente, ma riesce a dimenticarsene, perché conscio della realtà. Per questo, pur non ottenendo praticamente niente, è un costruttore, molto più dei suoi amici, ancorati a una visione della realtà terribile, vittime di un incantesimo che Faber in realtà non ha mai lanciato davvero, per quanto le sue azioni sia state spesso terribili e meschine. L'unica che riesce ad approcciarsi a Faber è Estelle Wade, una ragazza che non lo teme, non lo onora di attenzioni mistiche come fanno Madeleine e Basile. 

"In mancanza di una testimonianza diretta, non c'era modo di confrontare la sua versione. Ma sentivo anche quanto esagerava. Non mi ero mai visto, percepito, o sentito così. È attraverso i suoi occhi che ero diventato così diabolicamente pieno di forza, di intelligenza persino di bellezza."

Questo romanzo parla a nome di una generazione, o molto probabilmente parla a nome di tutte quante. Delle emozioni che si ergono come ostacoli, del comprendere i cambiamenti attraverso il lento scorrere del tempo, il vero demone della storia. 

Se volete prendere una boccata d'aria fresca vi raccomando con piacere L'interpretazione dei sogni di Freud Astaire di Angelo Zabaglio aka Andrea Coffami (Gorilla Sapiens).
Però non fatevi ingannare dalla meravigliosa copertina sfarfalleggiante di Federica Ubaldo, questo romanzo tratta di perversioni succosissime. 



"Un po’ di tempo fa ho visto Forum su Rete quattro (scrivo quattro a lettere, che uno scrittore famoso una volta mi disse di non mettere mai i numeri a cifre in un racconto, che altrimenti il lettore esce dalla magia del libro, e da quel momento io presi il suo consiglio alla lettera)."

L'autore prende piccole cronache quotidiane, momenti di nullafacenza o azioni belligeranti e ne sottolinea l'irriverenza, la sconcezza e la disonestà. I suoi personaggi si mostrano insofferenti ma agguerriti nei confronti del lettore: lo spiazzano con le loro confessioni inaspettate e se ne vanno. Senza repressione alcuna. 
E per me, almeno, questa è una vera boccata d'aria fresca, quando un bel ghigno ti si distende sul volto. 

"E allora ho pensato che forse ero diventato Will Smith. Magari pure nero e col fisico scolpito da palestrato. Allora mi guardo le mani, ma sono bianche e non sono Will Smith. Peccato. Ma magari non ero diventato Will Smith, ma lo stesso il mondo era finito e io ero diventato leggenda, pure se non avevo il cane."

Ci sono esseri umani non collocabili, figure sospese in nonsense imperdibili, ci sono le minuscole perversioni di cui sono costellate routine di giocattolai, ragazze che devono assolutamente mettersi al volante, ma ci sono anche siti porno, ci sono i surrealismi impossibili ma spesso verosimili di quotidianità infinite. E Coffami/Zabaglio poi ci mette di tutto. Da Forum a Ai confini della realtà. 

"Secondo Paolo, lei s'è innamorata di lui, perché dice che gli fa il bocchino senza preservativo. Ma io non ne sono poi così sicuro. Insomma, pure mia madre fa il bocchino senza preservativo a miopadre, ma mica si amano."

L'interpretazione dei sogni sono piccoli brani mordaci capaci di risvegliare dal torpore, insensatezze da gustare un poco alla volta o tutte d'un fiato. Storia dopo storia la raccolta si arricchisce fino a formare una festa farneticante omogeneo in cui tuffarsi di nuovo, per ripescare, e riconoscere magari, la propria perversione preferita. 
Claire e Malù  di Tauro (Antonio Silvestri) e Kiaricola (Chiara Colagrande) è l'ultimissima uscita Tunué (Collana Tipitondi) e mostra al lettore il rapporto imprescindibile con quei compagni d'avventura fedelissimi e irrinunciabili, perché gli altri stavolta sono, come Malù, amici apparentemente silenziosi ma in realtà ben più loquaci di qualcuno davvero dotato del dono della parola.



Claire conta freneticamente i giorni che mancano al suo compleanno. Inaugura il mesevigilia con un concentrato di energia che ripropone ogni mattina, mentre i giorni sul calendario vengono strappati via. E ogni mattina c'è la sua cagnolina Malù (un maltese, mi pare) ad aspettarla tra il divertito e l'esasperato. Così, in attesa del grande evento (io, come Claire, ancora adesso a un mese esatto dal mio compleanno comincio ad annunciare la grande festa nel regno) si alternano tavole autoconclusive ad alto contenuto umoristico che ci avvicinano alla fatidica data. 
Tavole che portano in scena due elementi semplicissimi ma essenziali: la complicità e l'ironia che queste due facce toste riescono a mettere in scena. Caratterizzando dolcemente i personaggi con un tratto tondeggiante (Malù deve essere morbidissima, io che saluto tutti i cani che incontro mi aggrapperei alle sue orecchie) gli autori, grazie anche a una sceneggiatura forte sia dell'energia e dell'esuberanza di Claire ma sopratutto dei commenti marginali di Malù, sarcastica e irriverente, riescono sia ad accarezzare il cuore del lettore evocando ricordi dolcissimi o proponendo scene vissute quotidianamente, sia a farlo divertire con un umorismo quanto mai efficace. 

Il fumetto risulta così ben bilanciato. Tavole autoconclusive divertenti, dove la routine quotidiana fa da padrona, insieme a una storia che nel complesso parla con tenerezza sia ai bambini sia agli adulti (come del resto riescono a fare tutte le graphic della collana Tipitondi, che propongono storie ai più piccoli evocando immagini ed emozioni forti negli adulti).
Si tratta di un lavoro che offre un talento nuovo, fresco e divertente, una storia per tutti, perché tratta di un sentimento che tutti conosciamo, quindi qualcosa di semplice, dolce e brillante. 
"Gli insetti mi attraggono e mi respingono."
Sicuramente gli insetti (sia gli artropodi che gli aracnidi) non ci sconvolgono quanto dovrebbero. Siamo spesso disgustati ma non abbastanza affascinati da questa enorme ma microscopica classe animale che governa gran parte del nostro pianeta.
Ed è questo il punto. Marco Belpoliti ne La strategia della farfalla (Guanda) lima poco a poco una discussione letteraria e scientifica per dimostrarci quanto incredibile sia il fatto che tutti quanti noi umani, se messi su un'improbabile bilancia cosmica peseremmo quanto tutte le formiche del pianeta.



Nessuno diventa entomologo in un giorno, ma questo libriccino è una lettura piacevole e di un'immediatezza unica. Riesce ad alimentare un interesse o a crearne di nuovi, attraverso curiosità e citazioni più che azzeccate.

Belpoliti parte dagli insetti sociali. Formiche, api, vespe, e le più odiate ma altrettanto ignorate termiti, anche loro creatrici di aggregazioni politicamente corrette. 
Dopo queste creature minuscole ma efficienti quanto un essere umano si passa ad orribili esserini quali zecche, pidocchi, cimici, fino agli orrorifici e psicologicamente intollerabili ragni. 
Insetto di passaggio lo scarafaggio, il cui ribrezzo è sopratutto mentale. 
"Quel fruscio, che crea ribrezzo, è un segnale provocato dallo sfregamento sul terreno degli speroni che si trovano all'estremità delle loro tibie. Hanno sviluppato il linguaggio chimico che si è trasformato in linguaggio acustico: le cellule vicino alle aperture tracheali producono messaggi chimici che provocano contrazioni muscolari. 
Chissà se è questo il linguaggio che parla il povero Gregor Samsa al suo risveglio. In realtà come sostiene Vladimir Nabokov, il giovane commesso viaggiatore non è uno scarafaggio, bensì un coleottero. L'insetto della Metamorfosi di Kafka non è piatto come uno scarafaggio, presenta due convessità sul ventre e sulla schiena e ha gambe piccole: somiglia a uno scarafaggio solo per la colorazione bruna."

Siamo rifocillati dalle innumerevoli curiosità che l'autorità snocciola con divertimento. Le lucciole crudeli femme fatale, la tenacia della zanzara nel trovare un buon ambiente umido dove deporre le uova, e quella delle cimici nel trarre vitamine dal sangue. 
Vi disgusta? Ovvio. Però l'occhio indiscreto si ciba di tutto quello che Belpoliti ci racconta, attravero un connubio di scienza e letteratura, dal mirmecologo Edward Wilson a Levi che cita Gozzano e le sue"Disperate cetonie capovolte".
Con in sottofondo un profetico avvertimento. 
"Quando noi non ci saremmo più, cosa ne sarà delle formiche? Tornando, gli extraterrestri le vedranno evolversi finoa  diventare grandi come noi?". 
Molto probabilmente no, sono troppo furbe, da troppo tempo, per compiere un simile errore. 






Ricorderò sicuramente questo agosto letterario come il mese in cui la Rowling ha deciso di offendere sé stessa, i suoi lettori, ma sopratutto i suoi personaggi. Vi rimando qui al mio delirio.
Però ci sono state anche delle belle letture.


    


La cospirazione contro la razza umana, Thomas Ligotti (Saggiatore). 
Mi sono portata avanti questa lettura con una placidezza non da me. 
Ma la cospirazione contro la razza umana è un'opera terribile che avviene ogni giorno. Ligotti apre di fronte al lettore un sipario svelando le incertezze e l'instabilità della vita umana, la storia di come l'uomo, dai primordi, ha soppresso la propria coscienza, ha riposto in una stanza asettica il vero sé stesso, nascondendosi insieme ai suoi simili, in mezzo ai suoi simili, grazie a processi che lo hanno aiutato a sopportare questo incredibile fardello che è la vita.
Perché è la vita la cospirazione, insieme al perturbamento che essa causa.
Ligotti, con una dialettica sublime, con voce sardonica, parla di letteratura, di come solo alcuni siano riusciti a svelare il nostro costante disagio verso qualcosa, verso quel perturbante, quell'atmosfera che pochi sono riusciti a mostrare. Quel qualcosa insomma che allarma la nostra coscienza, che tenta di svegliarla. Ed è il soprannaturale è la forma che l'uomo ha dato al perturbante, generando orrori interiori ed esteriori.
E come sopravvivere? Le risposte ci sono, Ligotti (che per me si trova in mezzo a quelli che lui stesso onora di aver saputo dare vita a quell'atmosfera indicibile) ne snocciola alcune citando filosofi e demolendo religioni. Ma all'uomo, vittima di sé stesso, vittima di una cospirazione senza radici e per questo imbattibile, sicuramente non piaceranno.


La strategia della farfalla, Marco Belpoliti (Guanda).
Non diventeremo certo entomologi in un batter d'occhio. Ma questo libriccino è sicuramente pieno zeppo di acute osservazioni e veloci spiegazioni su quelle minuscole creature dalle quali nella maggior parte dei casi fuggiamo a gambe levate, ma che molto probabilmente governeranno il pianeta.

Amore in forma chiusa, Roberto Piumini (Melangolo).
Un canzoniere pieno e rigoglioso nello stile della grande poesia trecentesca, ma in realtà, giustamente, ben diverso e molto più contemporaneo. Come ammette lo stesso Piumini il suo non è un canzoniere diviso in una prima parte gioiosa e in una seconda ben più lacrimevole. La sua raccolta è l'orgoglio di un amore in tutte le sue forme: la complicità, l'ironia, la dolcezza, la sessualità (i sonetti erotici sono forse quelli più belli).
Questi componimenti sono così giochi d'amore, piccole delizie da scartare poco alla volta, da leggere sorridendo.


Premessa per un addio di Gian Luca Favetto (NN Editore, as usual), ci trasporta immediatamente in un luogo ben preciso, in una posizione di perfetto squilibrio, in alto, sopra l'oceano, su un volo diretto a New York. 


Se c'è un continuo riferimento agli spazi, ai luoghi, alle distanze è perché Tommaso Techel è un geografo. Ed è questo che fa, calcola le distanze, sopratutto quelle umane. 
Ma per quanto il suo lavoro consista in una mappatura precisa lui non è capace di ordinarsi. Tommaso vive l'abbandono e non riesce a gestire la sua rabbia. Una rabbia muta e glaciale, che lo porta viaggiare non per scoprire, per conoscere (è o non è un geografo?).
Tommaso Techel viaggia per nascondersi. Per questo è diretto a New York. Un amica ha un appartamento vuoto ed è lì che è diretto. Ma è proprio sul'aereo diretto a New York che conosce Alma Berlin. Che lo porterà a conoscere Gladys. E infine Cora. 

"Scrive che la rabbia è come i titani, antica e ottusa. E lui è stato travolto dai titani, se li è visti addosso - una tempesta, e dopo la tempesta il ghiaccio, e dopo il ghiaccio il vuoto."Questo romanzo è un viaggio immobile. La rabbia artica e letale di Tommaso è percepibile in ogni pagina. Perché appunto non esplode, non brucia e non fa apparentemente alcun male. È una rabbia dolorosa perché non permette il movimento. Quando sei congelato è difficile trovare qualcosa capace di scioglierti fino in fondo. E il motivo per cui Tommaso è così arrabbiato, lo scoprirete da soli, lui riesce a raccontarlo fino in fondo.

L'antidoto alla rabbia sono e storie. E le persone. 
Ed è questo che c'è a New York, una città che ti permette di essere chiunque. Una città che permette la sopravvivenza perché non ti chiede mai chi sei veramente.
Mentre ricorda alcuni viaggi passati ci si rende conto come quelle di New York siano piccolezze quotidiane, non grand avventure. Eppure è proprio qui che Tommaso riesce a rirdinare sé stesso. Perché bisogna riuscire a fermarsi. 
Tommaso trova un libro Foreword to Farewell (Premessa per un addio, appunto) di e trova delle persone. 

"«E lei si è perso nel libro?» chiede Gladys.
Io sono già perso da prima, gli verrebbe da rispondere. «No» dice «mi sembra di no. Magari però mi sono perso e non me ne accorgo».

Premessa per un addio non è solamente un percorso preciso, c'è Tommaso, c'è quello che succede con Cora, c'è l'appartamento. Ma è un romanzo che riesce a mostrare (e a raccontare, ovvio) quanto le storie siano potenti, come la letteratura sia capace di mettere in movimento le persone, come ci unisca, facendoci perdere per poi ritrovarci.  

A di là del nero di Hilary Mantel (Fazi) si apre con una manifestazione:
"È l’ora del Pendu, l’Appeso che legato a un piede ciondola dall’albero pieno di linfa. È l’ora sospesa, in cui si esita e si tira l’aria nei polmoni. In cui lasciare andare le aspettative ma non la speranza; in cui anticipare il giro della Ruota della Fortuna. È la nostra vita e bisogna viverla. Pensa quale sarebbe l’alternativa."
C'è un progredire verso la conoscenza che non viene mai ricompensato in questo romanzo, ci sono tutti i sintomi per riuscire a raggiungere qualcosa, ma non si riesce mai ad afferrare una soluzione reale.


Ci sono prima di tutto gli spiriti, che non sono semplici anime passate “oltre”, ma esseri quasi viventi da temere con una certa riverenza. I fantasmi non sono buoni. Non sono tutti dei gran simpaticoni che rivelano a chi è ancora vivo dove trovare una busta nascosta in casa zeppa di banconote, non sempre dispensano consigli.
"Ci sono delle cose sui morti, voleva dire, che dovete sapere, che dovreste veramente sapere. Ad esempio, non cercate di reclutarli a sostegno di qualunque buona causa abbiate in mente, la pace nel mondo, quel che vi pare. L'unico risultato che otterrete è che vorranno mettervela in quel posto. Non sono affidabili, vi faranno mancare il terreno sotto i piedi: non diventano brave persone soltanto perché sono morti. La gente ha ragione ad avere paura dei fantasmi. Se vi capita qualcuno che da vivo si è comportato male - che so, una persona crudele, pericolosa -, perché credete che da morta sia migliore? Però queste cose non le diceva mai. Mai. se poteva farne a meno non pronunciava mai la parola "morte". E anche se i clienti avevano bisogno di essere spaventati, anche se lo meritavano, quando era con loro non si sarebbe mai lasciata sfuggire un accenno o un ammiccamento sulla vera natura dello spazio al di là del nero."


Ma sopratutto sanno quello che vogliono, ma non sanno quello che fanno.
Sono esseri privi di una coscienza reale, con cui è possibile interagire certo, ma anche la medium li teme. Nel romanzo è possibile intravederli spesso nel loro tormento "classico", frasi ridondanti ed eternamente ripetuti, mantra di cui non riescono più a liberarsi, vecchi rancori ma anche timide speranze, ma spesso svelano atteggiamenti ben diversi da quelli che troviamo di solito, animi strategici e capaci di lucide invettive. 
Sanno quello che vogliono ma non riescono a ottenerlo, come Colette, “l'assistente” di Alison. Una donna cinica, priva di passione ma colma di rancore. Ogni parola che esce dalla sua bocca è tagliente, amara, priva di empatia. Dopo un matrimonio fallimentare si mette alla ricerca di una soddisfazione, di gratitudine. E incontra Alison.
Alison d'altra parte è un essere umano guasto quanto Colette. Lei è sicura di quello che fa, ma per ogni passo si volta a guardarsi le spalle, perché lei non fa finta, non una ciarlatana. Riesce a comunicare con gli spiriti.
"Ma ciò che avrebbe voluto fare veramente era sporgersi sul tavolo e dire: sa qual è la differenza, la vera differenza fra loro me? Che io posso farlo e quasi tutti gli altri no. E la differenza, diceva se se stessa, si vede non soltanto dai risultati, ma anche dall'atteggiamento, dalla condotta, da una certa serietà di fondo. Alla sua destra i mazzo dei tarocchi, che quel giorno non aveva ancora utilizzato, fremeva avvolto nel raso rosso scarlatto: la Papessa, l'Innamorato, il Matto. Le non lo aveva mai toccato con le mani sudicie, non lo aveva mia esposto all'aria senza aprire il suo cuore; Silvana invece, fra un cliente l'altro, se ne accendeva una. e Merlin e Merlyn , nei momenti di calma, mandavano a prendere un cheeseburger."
Ma i fantasmi che tormentano Alison sono sopratutto quelli del suo passato, il suo spirito guida Morris, un ometto mascalzone e volgare, e i suoi amici. Uomini che frequentavano sua madre quando vivevano ad Aldershot, figure che sarebbe meglio non far tornare. Figure grottesche e tremendamente caratterizzate, lo zingaro irlandese Pikey Pete, Keith, l'abbaiare rabbioso dei cani da combattimento.
Sarebbe meglio, ed è quello che Alison cerca di fare, dimenticare e basta.

La Mantel unisce in questo romanzo una cronaca fatta di insoddisfazioni, timori e continue scontentezze quasi irritanti. Tramite Colette ci racconta gli infiniti malumori e i troppi fallimenti che portano alla sconfitta.
Tramite Alison invece le infinite variabili che cerchiamo di applicare alla realtà, per accettarla una volta per tutte.
Del resto anche dietro le manifestazioni di ciò che sta al di là del nero si nascondo le imperfezioni degli esseri umani, dietro ogni simbolo qualcosa di fin troppo terreno.
"Può avvertirti che la costruzione nella quale sei non riesce più a contenerti, sia che si tratti di lavoro, della vita amorosa o di qualsiasi altra cosa. Sei cresciuta troppo, non c'entri più e stare lì non è più sicuro. La Torre è un edificio, questo lo sai. Può significare soltanto che dei cambiare."

Tramite una narrazione impeccabile Hilary Mantel riesce a modellare il suburbano nei minimi dettagli, a trasportarci nell'umidità della periferia londinese. Al di là del nero è una ghost story forse, ma ricca di humour nero, un continuo gioco di contrapposizioni tra gli spuntini notturni e le volgarità di Morris, tra ricordi a pezzi, tra quello che riusciamo a dire veramente e quello che sentiamo quanto riavvolgiamo il nastro e facciamo ripartire il registratore. 
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