Paper Moon
Secondo me un esperimento abbastanza surreale potrebbe essere questo.
Leggete quel romanzo meraviglioso che è Furore. Assaporate la prosa crudele di Steinbeck mentre osserva la famiglia Joad arrancare nel deserto, la polvere che crea disegni assurdi. 

Poi leggetevi Figlie Sagge di Angela Carter (Fazi Editore, traduzione di Rossella Bernascone e Cristina Iuli). Dove Steinbeck crea un romanzo meraviglioso con il viaggio verso una destinazione ben precisa, con un esodo doloroso, la Carter vi offre la storia di una famiglia, anzi due, affidandosi a un carnevale fatto di delusioni, follie e contraddizioni. 




Due famiglie perché tutto comincia dalla famiglia Hazard, con il suo antenato illustre Ranulph Hazard, uomo che non crede in dio, ma in Shakespeare, e farà sua la missione di convertire alle opere del Bardo tutto il mondo, anche l'America. Da lui discendono Melchior e Peregrine (prendetevi due appunti sulle parentele durante la lettura, o almeno provateci, perché in realtà vedrete che cercare di trovare legami in una famiglia che è un grande show sfavillante non è poi così utile). E proprio da Melchior discende una nuova famiglia: quella formata dalle gemelle Chance. Una famiglia illegittima e sconsiderata. Melchior non le riconosce e, sebbene condividano con gli Hazard il legame con il Bardo (sia Melchior che Dora e Nora Chance sono nate lo stesso giorno di Shakespeare) e la passione nel darsi in pasto ad un pubblico, Dora e Nora sono uno scalino più in basso rispetto agli illustri attori capaci di diventare per una notte, e per la vita alla fine, Re Lear, loro sono ballerine di fila. 

"Sapevamo tutto. E ora eccolo lì, a calcare le scene come un titano. Shakespeare, mentre noi, un attimo prima, avevamo cantato per strada. Nella nostra vita non ci eravamo mai sentite tanto illegittime come quel giorno, a tredici anni, guardando le foto patinate di Papà tirato a lucido con il kilt addosso."

Da una parte c'è Melchior e le sue tre mogli, i suoi figli disincantati, dall'altra Dora e Nora, costrette ad arrangiarsi e ormai .
Ed il contatto tra le due famiglie, ciò che spingerà Dora a raccontarci la storia delle loro vite, degli Hazard e delle Chance, sarà l'invito che riceveranno il giorno del loro compleanno. perché Melchior ha deciso di invitarle al suo centesimo compleanno. 
E così durante l'attesa Dora narrerà tutti gli incontri precedenti, dalla loro prima visita al padre, al viaggio a Hollywood in cerca di fortuna. 
Ed è un percorso rocambolesco, fatto di entrate a effetto e drammatiche uscite di scena, amori violenti e fraintendimenti (ci sono gemelli, coppie di gemelli a volontà, come nelle migliori tragedie che si rispettino). 

"Gareth e Tristram, il prete e il conduttore di giochi a premi televisivi. In realtà nemmeno troppo diversi, secondo me. Tutti e due nello show business. Tutti e due, ognuno a modo suo, portano avanti la grande tradizione della famiglia Hazard: la volontaria sospensione dell’incredulità. Tutti e due promettono un regalo a chi partecipa al loro gioco."

La storia stessa di queste due famiglie è teatro. E sono continui i rimandi e le esplicite citazioni a opere drammatiche e commedie, ma in mezzo ci sono altre opere (un chiaro rimando a Bram Stoker avviene quando Melchior ordina alle figlie di portare un po' di terra di Stratford-upon-Avon a Hollywood). 

Angela Carter mette alla prova i suoi lettori. Racconta storie disincantate per poi mettere portare il suo lettore così vicino ai suoi personaggi quanto potrebbe non sembrare possibile.
("Strinse molto forte le mani di Daisy Duck, effondendole tutta l’energia del suo meraviglioso sorriso, caldo e scuro come l’estratto di carne Bovril, e lei ondeggiò.")
E poi si torna a un realismo magico quasi meschino, con bambini che escono da cappotti e incesti trionfanti. 
Figlie Sagge parla delle differenze in fondo. Cosa deve fare una figlia saggia per cancellarle? Le differenze tra illegittimo e legittimo, fra la realtà, la vita vera, quella che queste famiglie nella loro folle parata non riescono a trovare, e la finzione, tra la famiglia e il caos. E Dora Chance, la narratrice ci prova fino alla fine. Si chiede cosa debba fare un padre, si interroga sul buffone che si esibisce sul molo a Brighton. Metterà tutti a tacere in fondo al romanzo con un nuovo atto insubordinato, dimostrando che le contraddizioni, come invece spesso siamo portati a pensare, possano essere un'arma efficace contro l'apatia. 





Nel leggere L'una e l'altra di Ali Smith (BigSur, traduzione meravigliosa di Federica Aceto) mi sono sentita un discreto funambolo, sospeso e meravigliato, gli occhi attenti su ciò che lo circonda ma indeciso se andare avanti o rimanere immobile. 
Ho letto un sacco di interviste ad Ali Smith. È scozzese, è stata nominata al Booker Prize, è considerata l'erde della Woolf. Io vi dico solo una cosa. La miglior dote di uno scrittore è sicuramente quella di poterti trasportare fuori dal tuo mondo, per dieci minuti o intere ore. E lei ce la fa senza minimo sforzo. 


Questo romanzo è diviso in due parti. Scegliete pure voi da che parte iniziare. Una è dedicata a George (ovvero Georgia), un'adolescente di Cambridge che perde la madre. E lei è convintissima che la madre, attivista, femminista partecipante al movimento Subvert (in pratica venivano utilizzati messaggi pop-up che univano arte e politica per trattare argomenti scomodi "sovvertendo" le idee) sia stata uccisa dai servizi segreti. 
George sembra crollare lentamente sotto il peso di montagne di ricordi, frammenti di ricordi. 
"Lo shock del nuovo e del vecchio, insieme contemporaneamente, dice la madre.
Ha detto."
George è assillata, è tormentata dall'assenza, dalla mancanza. Corregge i suoi pensieri, e nel farlo cerca un ordine. 

L'altra del titolo, a cui è dedicata la seconda parte del romanzo (o la prima, sta a voi scegliere) è Francesco del Cossa. Altra e non altro, perché Francesco è una ragazza che si finge uomo per poter proseguire nella carriera da pittore, arrivando alla fine ad affrescare il Palazzo Schifanoia a Ferrara. Nella sua parte di romanzo (sua, proprio sua, perché ciascuna parte del romanzo è così densa, così invasa dalla presenza dei suoi protagonisti che non posso fare a meno di definirla tale) Francesco osserva in silenzio George, come fantasma, e poco a poco rimette insieme i pezzi della sua vita.

Della sua e basta? Il palazzo Schifanoia affrescato da Francesco è proprio il palazzo che George visita con sua madre e il fratello. Francesco osserva George e si stupisce delle "tavolette" che gli uomini si portano sempre a presso, si rattrista nel vedere che quel mondo è un mondo senza cavalli. Parla proprio come George ipotizza potrebbe fare un pittore rinascimentale sbalzato in epoca moderna. 

Ed questo continuo ritrovarsi, rivedersi e potersi riconoscere nel passato, nelle immagini, nelle fenditure di qualche luogo nascosto, nelle pozze d'acqua e nelle foto sbiadite che vuole L'una e l'altra. Vuole farci osservare. È un lunghissimo dialogo sull'arte come creazione, sull'immagine che permette a tutti noi di poterci salvare. 
E gli occhi e la capacità d'osservare sono punto cruciale nel romanzo.
George che osserva ogni giorno, tutti i giorni dalla morte della madre, il video porno con la ragazza nella yurta "Tutto questo è successo veramente, ha detto George. A questa ragazza. E chiunque può guardarlo, così, ogni volta che gli va o che le va. Succede come se fosse la prima volta, in continuazione, ogni volta che qualcuno che non ha mai visto questo filmato ci clicca sopra e lo guarda." (E leggetevi da voi la parte seguente, sul perché George lo guarda ogni giorno). 
Come ogni giorno George salta la scuola, va alla National Gallery, si siede di fronte al quadro di Francesco del Cossa e lo osserva in silenzio. O come riesce finalmente a spiare la spia, Lisa Goliard. 
E lo stesso Francesco. Con il seme che cade nella pozza d'acqua e crea cerchi semre più grandi, le sue adorate curve. "Il cuore è una questione di curve."
E chi non è capace di osservare ha davvero perso sé stesso, non è capace di ritrovarsi né di poter davvero trovare qualcosa, come Cosmo, rivale di Francesco. "Sta fissando il dipinto con una, cos'è, una sorta di rabbia? Si fa più vicino e strofina forte l'angolo in basso con il pollice e l'indice."

 E George e Francesco, l'una e l'altra, il presente e il passato, entrambi capaci di osservare e quindi di creare, riescono a trovare loro stessi sebbene tormentati, l'adolescente e il fantasma. Le certezze che i formano, le identità che si formano e si costruiscono coscientemente poco a poco. 
"Perché se davvero le cose succedessero simultaneamente sarebbe come leggere un libro con le righe stampate una sopra l'altra, come se ogni pagine in realtà fossero due pagine sovrapposte di cui una rende illeggibile l'altra."
E il tempo. Il tempo che non è altro che uno specchio. 


Una donna all'estremità di un molo che fissa il mare. Due novelli sposi che fissano la donna. 
La donna è Tragedia, la puttana del tenente francese, Sarah Woodruff. 
Il romanzo di John Fowles ha tutte le carte in tavola per essere il vostro nuovo romanzo vittoriano su cui struggervi, perdendovi tra i pensieri di un'eroina femminile, maledicendo l'uomo che sembra non capire. 
"Restarono così a lungo, la donna che era la porta e l'uomo senza la chiave."
C'è Sarah con tutti i sintomi di una malinconia che non vuol scomparire, Charles un facoltoso paleontologo dilettante, la sua fatua e borghese promessa sposa Ernestina. 



Ma il vero punto di forza di questo romanzo è che si tratta di un gioco. È un romanzo vittoriano? Certo che sì. Ma è stato scritto nel 1969.
Non c'è solo lo spettacolo ottocentesco con i suoi drammi infiniti, ma c'è anche la voce dell'autore che, mettendo al centro Sarah (attenzione, mettendola al centro e basta, perché il punto di vista di Sarah non compare mai) si diverte a mettere in moto i meccanismi morali di quel tempo, divertendosene e criticandoli in maniera tagliente. 
Il libero arbitrio, il rapporto mutevole tra i sessi, l'etica che tende a marcire lentamente per colpa di un'ipocrisia che non riesce nemmeno a nascondersi, Fowles non risparmia alcun commento. 
"C'era poi nei vittoriani un elemento curiosamente egizio: quella claustrofilia di cui danno così chiara testimonianza i loro abiti avvolgenti e mummificanti, la loro architettura di finestre strette e di angusti corridoi, la loro paura del nudo e dello scoperto. Nascondere la realtà, escludere la natura. Il movimento artistico rivoluzionario dei tempi di Charles fu ovviamente il preraffaellismo; i suoi esponenti si sforzavano se non altro di accogliere la natura e la sessualità, ma basta confrontare gli sfondi pastorali di un Millais o di un Ford Madox Brown con quelli di un Constable o di un Palmer, per vedere come era idealizzato e scenografico il modo in cui i primi si accostavano alla realtà esterna. A Charles dunque la chiarezza della confessione di Sarah - chiara in sé e per di più presentata nella chiara luce del sole - sembrava rivelare non tanto una realtà più aspra, quanto un barlume di un mondo ideale. La sua stranezza non era nell'essere più reale ma nell'esserlo meno; un mondo mitico nel quale la nuda bellezza era quasi più importante della nuda verità."

Questo incantevole e sottile gioco sentenzioso non perde mai acume, ma cresce d'intensità insieme al volgere degli eventi, la narrazione corre su questi due binari, il dramma ottocentesco e la spietata analisi metanarrativa di Fowles. 
È l'autore il vero osservatore. Il vero scienziato. Non Charles con i suoi fossili, non Ernestina con le sue continue manie di controllo morale, ma Fowles che con la figura di Sarah crea un terremoto che sconvolge la vita di tutti quanti, una donna che è allo stesso tempo melanconica figura ottocentesca e indipendente donna moderna. 

La conquista dell'autore è palese proprio alla fine del romanzo, dove sono presenti ben tre finali possibili, ognuno capace di dimostrare come ogni certezza sia capace di crollare, con addirittura ben poco clamore. Il narratore ci ha offerto un dramma, portandoci così vicino ad esso per ricordarci quanto ne siamo irrimediabilmente estranei. 
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