Paper Moon
Kent Haruf è per me la cura perfetta per la voracità nella lettura.
L'avevo già sperimentato con Benedizione, grazie a NN Editore che ha deciso di pubblicare la Trilogia della pianura (grazie davvero, perché questo dimostra che ci sono ancora così tanti libri belli sepolti e nascosti che ci aspettano).



In Benedizione c'era una calma dolorosa, un passo lento e pesante che conduceva verso la morte. Qui invece sono protagonisti i primi passi, i nuovi sentieri da percorrere, coperti di brina al mattino e polverosi al tramonto. 
"A Holt c'era quest'uomo, Tom Gutrhie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno".
Victoria rimane incinta troppo presto, porta con sé una nuova vita, e verrà ospitata dai fratelli MCPherson, anche loro alle prese con qualcosa di nuovo, dopo essere invecchiati insieme, sempre soli, insieme ai loro animali soltanto. Guthrie rimane senza moglie, e i suoi figli senza madre. 

E il silenzio, che in Benedizione era appunto schiacciante, qui ogni tanto è spezzato da gracchiare delle gazze ladre sui fili, dai rumori delle auto, dal gemere nel buio. 
Lo stile è più ricco, quasi barocco.
"Sopra di loro, un paio di gazze si dondolavano schiamazzando sul ramo di un pioppo nero, poi uno degli uccelli volò via negli alberi oltre la casa della signora Frank, e l'altro gracchiò quattro volte, rapido e stridente, prima di spiccare il volo a sua volta."
Ma ancora, con stupefacente delicatezza, Kent Haruf è stato capace di raccontare la straziante dolcezza di tutti i giorni. In uno spazio circondato dal deserto le giornate scorrono lente, ed è sugli eventi che si fa affidamento. 

Canto della pianura parla di nuove occasioni, sempre tracciate secondo legami capaci di crescere e piccoli gesti del tutto differenti rispetto a quelli del passato.
"Non ti preoccupare. Ora va tutto bene. Si allungò attraverso il tavolo e le diede un colpetto sul dorso della mano. Era un gesto goffo. Non sapeva come farlo". Non importa sapere davvero cosa succede, ma come succede, con piccoli dettagli, minuscoli momenti una giornata alla volta.

Ora ragazzi, io ogni tanto ho il cervello oltre la Barriera. Tipo Jon Snow, quello sguardo vuoto, il volto che vorrebbe esprimere perennemente sano disgusto ma non sa neanche perché alla fine.
Ma voi.
Voi siete persone più o meno decenti presumo. Allora, devo essere io a rendermi conto che dei preferiti di marzo ce ne siamo scordati allegramente?
Io non lo so. 
Quindi vi beccate una lista bella lunga. Anche perché in questi due mesi ho letto parecchia roba bella, è bene fare il punto della situazione.


 

Furore, John Steinbeck. Lo ammetto, avevo paura non mi sarebbe piaciuto. Il punto è che vedevo tutto questo amore incontrollato, tutte queste stelline, mi sentivo a disagio. Non che mi faccia suggestionare da questo tipo di cose, però ovvio, tutti a dirmi "bello, bellissimo" e io mi sentivo un po' strana, sopratutto perché a me Uomini e topi non era neanche piaciuto così tanto. 
Oh, questo romanzo è bello, bellissimo.
"Un romanzo sulla grande depressione americana". No, cioè sì, ma è molto di più. 
Furore è una grandissima storia, il viaggio di una famiglia che sfrattata dalla sua terra (terra e famiglia, tutto il romanzo si potrebbe riassumere in queste due parole) cerca di raggiungere la California, dove ci saranno casette bianche, arance da cogliere, e così tanta uva da farci il bagno. 
Un viaggio che ricorda l'esodo biblico, ma anche qualcosa di fin troppo attuale. 
Il furore che matura nei cuori di questa gente è un furore che non trova mai sfogo, perché non si ha radici, i migranti diventano nomadi e vengono trattati come vagabondi. 
La famiglia Joad ci dimostra in mezzo a tutta questa polvere (e ai disegni insensati che riesce a creare in mezzo a dei terreni disastrati o nel cuore del deserto) cosa si fa, come si fa ad andare avanti, fino all'ultima pagina, che è semplicemente un capolavoro.


La nuova Justine ovvero le disavventure della virtù, Maquis de Sade. Sade è un distruttore, non ha bisogno di alcuna spiegazione (né di spiegarsi).



Purity, Jonathan Franzen. Bello, ma è tutto scritto qui.


 

Sottrazione, Carlo Sperduti.  Il mondo reale, per quanto piegato alle leggi del linguaggio di Sperduti, non perde mai linfa vitale, ed è in continuo divenire. Leggete con calma io mio personale delirio qui.

Dalle Rovine, Luciano Funetta. Questo romanzo è ancora meglio di quanto mi aspettassi.
Il fattore pornografico è unito all'elemento ctonio dei serpenti, crea un percorso allucinatorio, deviato, ma perfettamente cosciente. Sì, l'azione si colloca in una città fittizia, Fortezza, le cui strade ci appaiono senza neanche leggerlo avvolte di nebbia, dove c'è un Quartiere degli inglesi in piena decadenza e il silenzio è claustrofobico. Sì, questa città è onirica, fuori fase, ma quello che fa Rivera è perfettamente reale.
A differenza di altri non ho avuto l'impressione che quello che leggevo non stesse accadendo davvero. I passi di Rivera hanno un senso, sono concreti in ogni luogo, anche a Barcellona, città che in questo caso si fa inquieta e strisciante. 

E anche questo, qui.

 


Anche noi l'America, Cristina Henrìquez. Indovinate un po'? Esatto: qui.

Il Piccolo Regno, Wu Ming 4. Questo libro ci convince, tramite il ricorso a una brillante Eta dell'Oro, con spettri, animali e fogliame al vento, che saremo sempre, sempre piccolissimi.




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