Paper Moon
Mi è capitato In un paese bruciato dal sole di Bill Bryson (Guanda) sotto gli occhi mentre cercavo qualcosa di buono da leggere su MLOL (grazie a tutti gli dei per questa magnifica invenzione). Alla fine la spedizione è andata a buon fine visto che in poco meno di due settimane mi sono divorata sia questo romanzo che La materia oscura.
In ogni caso, ecco perché dovreste leggerlo.




  • È un diario di viaggio. In Australia. Mi immagino le vostre facce. Siete in quella via di mezzo tra "sinceramente non mi interessa un granché" e "cosa potrà mai raccontare?". Bene, la verità è che racconta un sacco di cose, e sapete perché? Perché dell'Australia non ne sappiamo proprio nulla. Non sappiamo bene com'è fatta, cosa c'è, cosa fanno, cosa è successo nei secoli. Dell'Australia non se ne parla mai. 
  • Attraverserete deserti sconfinati e forse capirete cosa si intente per bush. 
  • Bryson è capace di convincervi a fare le valigie adesso. Siete pronti a dire "bene, mettiamo da parte i soldi e al diavolo la Louisiana/Messico/Giappone, un bel viaggio in Australia è quello che ci vuole". E poi boom! Vi elenca altri dodici animali brutalmente letali che solo leggerne gli effetti vi fa venire la pelle d'oca. A me sinceramente basta il ragno dei cunicoli. Un grosso e raccapricciante nope.
  • No, agli australiani frega ben poco il fatto che anche raccogliendo una semplice conchiglia possono venire avvelenati. Ma c'è un animale che anche gli australiani temono. Il coccodrillo. Ergo, aneddoti sui coccodrilli ovunque.
  • Aneddoti ovunque in generale. Divertenti, terrificanti, qualsiasi tipo di storiella vogliate eccola lì.
  • Di nuovo, non si parla mai dell'Australia. Sapete qualcosa della sua storia? Non credo proprio. E dell'incendio che ha bruciato una zona grande quanto l'Italia? Anche meno suppongo (tutta colpa degli eucalipti, sappiatelo).
  • Gli aborigeni. Un popolo che meriterebbe molto, molto di più.
  • L'Australia è primitiva, arcaica, poi svoltate l'angolo (o meglio vi fate duemila chilometri) ed è di nuovo cortese, ospitale e fresca.
  • Buttate pure giù una lista delle cose da visitare quando sarete lì. 
  • Bill Bryson è bravissimo. Bravissimo e basta.
Mi raccomando. Godetevi il libro e prendete appunti per una visita futura. Ricordate di non raccogliere conchiglie però.
Ogni tanto bisogna pur allentare un po' la presa. E io mi sono presa una giornata (un giovedì, cosa che è abbastanza esplicativa di suo) per rilassarmi e divertirmi un pochino. Alla fine Italian Way of Cooking, Marco Cardone edito da Acheron Books (che vi invito a spulciare, fantasy e sci-fi tutto italiano) me lo sono divorata in un giorno. Dalla mattina di un terribile giovedì alla sera dopo cena. Qui di seguito le buone ragioni per prendervi una pausa anche voi. Lo so, sono finite le vacanze, quale pausa? Ma la pausa dalle vacanze chiaro, non mi dite che volete altra gente intorno spero.



  • È divertente, chiaro. Un romanzo che parla di come un cuoco il cui ristorante va piuttosto male si ritrovi a cucinare creature soprannaturali può essere due cose: pretenzioso o divertente. Matteo per fortuna sceglie la via giusta (non fate caso alle parole che uso, sono ancora abbastanza traviata da SW). Dopo solo qualche riga verrete travolti dal sano e ottimo vernacolo toscano (sono di parte, lo so). Sarete sommersi voi e le vostre mamme. Non ci si può fare niente, ogni uscita di Nero, ogni suo pensiero sgangherato vi farà sogghignare. Ma non è tutto. La dinamica degli eventi è costruita in maniera essenziale, ma non ovvia. Di conseguenza le azioni sono degne di una serie tv divertente e capace di creare dipendenza. Sappiamo cosa sta per succedere e non vediamo l'ora che ci venga mostrato.
  • I mostri che Nero cucina sono italiani. Prodotti D.O.P. In pratica assisterete alla ricerca di creature appartenenti a un folklore del tutto nostrano più o meno letali. Questa scelta è molto probabilmente la carta vincente. Un romanzo che parla di mostri cucinati da un protagonista spiantato e divertente è buono, ma se i mostri sono insoliti, poco noti e legati a un territorio ben preciso, il romanzo diventa un magnete, la curiosità è giustificata. 
  • Continuo a ripetervi quanto sia divertente, la verità è che c'è anche una buona dose di azione. Nero possiede anche un'arma degna del suo nome, mozzateste. Chiaro, stiamo andando a caccia di mostri. L'unica pecca è questa forse, io di azione ne avrei voluta anche di più. 
  • È scritto bene. Me ne sono accorta dopo le prime venti pagine divorate. Intrattenimento allo stato puro in una confezione perfetta.
Leggetelo, prendetevi una pausa. E poi le cose sono serie ragazzi, con il ricettario imparerete a cucinare il Kappa. Viene buono, davvero. 
Trovare un'opinione sensata è cosa rara su questi lidi. Tra l'altro le mie ultime letture sono state (in ordine eh): King, Eggers, Vandermeeer. Sono sfasata. Ovvero, mi scoppia il cervello.
E perché no, in mezzo ci ho messo pure l'antologico della Mammaiuto. Un delirio sfolgorante.


  • Dovete leggerlo perché così poi vi leggerete anche la genesi dell'opera (merita pure quella).

                                           
  • Perché loro sono bravi e fighi. Accettiamolo.
  • Comunque. L'antologico. L'idea è stata quella di seguire la stessa trama, lo stesso input per ogni racconto. E di racconto si parla, perché alla fine se "Un ragazzo parte per un viaggio. Ferisce qualcuno. Non torna più a casa" qualcosa si deve pur raccontare in fondo. E questo ha reso la lettura dell'antologico un piacere. Vi assicuro che non ve ne accorgerete. Perché i racconti, dieci in tutto, sono così diversi tra loro che è una mutazione continua, un rigenerarsi di volta in volta. Il fatto che l'antologico sia basato su questa idea, vi sfuggirà sicuramente dalla mente, scivolerà via. Diventa una raccolta di storie belle.
  • Storie belle che colpiscono tutte quante l'obbiettivo. Non ne ce n'è una noiosa o manchevole. Quello che le accomuna è forse quel retrogusto un po' amaro, quasi cattivo. Per quanto si parli di ragazzini che vanno a parlare con un drago la sensazione che ho avuto è stata comunque quella di essere investita dalle emozioni con i piedi ben piantati per terra.

                                               
  • È un esercizio di stile che non annoia. Ve l'ho detto, non ve ne accorgerete nemmeno che è un antologico nel senso più stretto del termine. Si passa dal fantasy, al drama, sci fi. Tutto quanto. È ricco. Un delirio continuo di voci, colori, sensazioni.

                                              
Leggete l'antologico, è uno stordimento bello (bello che ti riempe la bocca) e potrete andare veramente lontani, senza neanche muovervi di un millimetro. 
Questo libro è meraviglioso. Ok, magari non ve ne frega niente a voi della fotografia erotica, e vi da pure fastidio che ne so io (io sono tipo ossessionata ma vabbè e ve lo dico che questo libro è essenziale), però sul serio, dategli una chance ugualmente magari. Allargate i vostri orizzonti (ehm). 



  1. Questa è una nuova edizione, riveduta e con molti più artisti rispetto alla precedente. Il compito di scegliere chi e cosa è stato affidato a Dian Hanson (che cura le collane Taschen dedicate all'argomento sessualità) e Eric Kroll (fotografo, che è tipo fantastico, imho). Il loro interesse è rivolto ad artisti che non mostrino semplicemente peni in erezione, fetish tanto per, o sesso brutale, ma a quelli che hanno cercato il coinvolgimento e hanno provato a rappresentarlo al meglio.
    "Erotic photography, on the other hand, should show the body in believable positions and, hopefully, equipped with most original parts. More important, it must capture genuine emotion on the model's face. Ideally, we'll see her pleasure at sharing herself with the viewer, but I will accept embarassment, uncertainty, even anger, as long as there's something looking back at me to say a living, breathing woman was part of the photography process."
  2.  Il processo, ce lo spiega Eric Kroll è stato quello di chiedere a tutti gli artisti come scegliessero le modelle, cosa in particolare riesce ad smuovere in loro l'eccitazione adatta per uno scatto. Il concetto di ridefinire l'erotismo è costante. E trattato benissimo. Quindi vi ripeto, allargate i vostri orizzonti con un po' d'arte.
  3. "Erotic photography can be pornography but pornography is seldom erotic."A tutti gli artisti è stato  anche chiesto di definire il confine (se c'è, dove si trova) tra erotismo e pornografia. "Do I recognize a line between erotic photography and pornography, and if so, where does it lie? It doesn't lie."
    Alla fine si tratta della bellezza forse?
È forse possibile unire un sacco di cose terrificanti, ambigue, capaci di suscitare un "sense of wonder" che sfocia poi nel più completo raccapriccio? Ma, sopratutto, è possibile unirle e non creare una bruttissima opera che sfamerà solo la vostra voglia di leggere del pattume privo di riflessioni? 
Sì. Basta che vi procuriate "Le macchine infernali" del buon vecchio Kevin Wayne Jeter (uscito negli Urania) e sprofondiate in un labirinto di stradine londinesi per farvi accapponare la pelle. 


  • Jeter è l'inventore del termine steampunk. Ora, il mio fedelissimo compagno ne ha parlato anche qui,facendo il punto su quanto tra l'altro la gente si approfitti del termine e permetta alla propria persona di sfoggiare abiti che con lo steampunk hanno ben poco a che fare. Il punto è che in ogni caso in questo romanzo travalichiamo un bel po' il classico steampunk, per avere effettivamente un tripudio di stranezze e ucronie spaventose. Lo steampunk è la mera facciata, una scusa per mettere in scena stranezze e temi ben più spaventosi, dove il tic tac di un congegno a molla contorna il tutto. Quando il povero Signor Dower, orfano di un padre famoso per i suoi automi canterini, viene contattato in merito a un strano marchingegno, piomberà nelle assurdità più tremende.
  • Per l'appunto abbiamo un bel miscuglio di cose fatte bene. E sottolineo fatte bene. Come ho già detto poteva venirne fuori un'opera molto sciatta, oppure un bel polpettone indigesto. E invece abbiamo dell'ottimo scifi, dell'horror e pure del fantasy. Non scherzo. Sopratutto riguardo all'horror. Del resto sono venuta a sapere che Jeter ha iniziato proprio spaventando a dovere la gente, e devo ammettere che c'è riuscito benissimo anche qui. L'aria che si respira è malsana, degli "Automi Clericali" ci fissano con sospetto, si finisce in mezzo a stradine sconosciute, dove nessuno vorrebbe mai finire. 
  • Le macchine infernali di cui si parla nel titolo vi stupiranno. Non lasciatevi trarre in inganno da un'etichetta che vi parla di fantascienza. Qui abbiamo la mente umana applicata all'orrore vero. Dovrete voi stessi scoprire cosa siano realmente queste macchine infernali, qual è il loro vero scopo. Oppure, se la macchina infernale c'è davvero, e l'orrore si nasconde sotto ben altri nomi.
  • I personaggi che vi accompagnano in questo tour dell'assurdo sono più definibili con il termine creature. E scoprirete voi stessi perché. Tralasciando il fatto che la caratterizzazione non scade nell'ovvietà e che ogni personaggio sulla strada sarà di una qualche utilità e sopratutto sarà reale, la fauna che vi verrà incontro sarà molto, credetemi, molto variegata.
  • Come non parlare poi dei pazzi ululanti bestemmie che vi stordiranno con enigmi di cui non ci saranno risposte, di subdoli doppelgänger e cani che sanno più del dovuto? Sto palesemente cercando di incuriosirvi eh.
  • E infine, quello che davvero ha preso il mio scetticismo riguardo a quello che credevo fosse un tenero romanzo per passare il tempo in aereo. Amanti di Lovecraft venite avanti. Mollate Bloodborne e immergetevi in quello che vi lascerà quella tipica traccia di inquietudine, grazie alla quale vi sentirete maledettamente osservati dal cielo.
Insomma vi ho convinti? Non volete lasciarvi trascinare un pochino nel famigerato distretto di Wetwick e sentire un ticchettio sospetto?

È ormai regola generale che quando finisco un libro alle quattro di notte passando poi le seguenti due ore a fissare il vuoto o la tv che trasmette Fine Living o K2 e i dinosauri (mi conciliano il sonno) bisogna poi discuterne così, elencando buone ragioni per leggerlo. Ci sto a rimuginare troppo sennò. In questo caso chi mi ha tenuto compagnia nelle ore notturne (ciao insonnia, ti mando un bacio) è "Chi manda le onde" di Fabio Genovesi. Anche se abitiamo un quarto d'ora di distanza io non avevo mai letto niente di suo, sebbene "Esche vive" mi avesse già chiamato a gran voce diverse volte. Fortunatamente, dopo aver letto questa meraviglia, sono pronta a recuperare tutto. 




  • Questo romanzo è la storia di un improbabile gruppo di esseri umani, che messi insieme vanno a creare un quadro che potrebbe sembrare grottesco ma è in realtà bellissimo. Luna (bambina albina), sua madre, Sandro (un supplente di un supplente, che vive ancora con i genitori), i suoi due amici (disagiati quanto lui), Zot (bambino sopravvissuto a Chernobyl, compagno outsider di Luna), Ferro (vecchio che usa le bestemmie come intercalare). Esatto, può sembrare un'accozzaglia assurda, un polpettone che vuol suscitare reazioni lacrimevoli e piantini di commozione. Invece no. Ok, spesso si hanno momenti di tenerezza indicibili, attimi dove ci sono frasi che ti si piantano in testa e devi scrollartele di dosso per non rimanerci secco. Ma la storia con questi personaggi prosegue a passo di marcia, in un percorso che porta tutti quanti a scoprirsi di nuovo. E poi si ride un sacco. Sarà che anche io sono toscana, ma era tanto che non ridevo così di cuore. C'è quel bellissimo umorismo secco che adoro. Insomma, avete in mano un romanzo corale che funziona, che vi avvolge.
  • Genovesi parla di una Versilia che vedono in pochi. Quei momenti che d'inverno sembra di stare in Transilvania insomma. Parla di scuole tristi, di persone vili e bigotte, di passeggiate in Versiliana senza incontrare un'anima viva. Lo scenario è un paesaggio provincialissimo, con realtà spesso insopportabili, dove ci si sente bloccati, inermi. Eppure a tratti questo posto strettissimo e scomodo è anche confortevole. Ci sono rapporti sinceri, abbracci caldissimi che mettono in moto storie.
  • Luna e Zot. Quando ho saputo che c'era di mezzo una bambina albina di nome Luna ho storto il naso. Sono scettica, si sa. Mi aspettavo qualcosa di pretenzioso, qualcosa che, come ho detto prima, avesse solo voglia di calpestarmi il cuore. Con me queste cose funzionano poco. Mi indispettisco e basta. E invece. Invece Genovesi se ne va via, lascia il posto a due ragazzini che ti fanno sorridere come una deficiente e ti affascinano da morire. Luna che è delicatissima ma vuole stare al sole (e sembra che voglia calpestarti il cuore eh, ma non è mica così) e Zot che parla come un damerino e ascolta Claudio Villa. Genovesi, per me hai vinto solo con questi due.
  • I dialoghi sono fluidi, sinceri, reali. Così come Luna e Zot parlano come bambini veri (non quelle robe YA dove adolescenti parlano manco fossero Romeo e Giulietta) così tutto il romanzo è un susseguirsi di parole sincere, esatte.
  • Genovesi riesce a inserire un po' di soprannaturale senza stuccarvi. Perché non lo usa per mistificare qualcosa, ma per portare la meraviglia tra i suoi personaggi, per scuoterli e per scuotere di conseguenza il lettore. Gli etruschi, il Popolo della Luna, e sopratutto il mare, sono elementi bellissimi che stanno lì a farvi rimanere un po' a bocca aperta, un po' sorridere e basta.
  • "Siamo tutti normali, finché non ci conosci abbastanza". Nel romanzo di Genovesi si parla di famiglia, ma una famiglia anormale, una famiglia nata da un caso ben costruito alla fine, si parla di persone diverse che sono davvero diverse, e quindi? È una storia dove tutti crescono, da ragazzine albine, madri che hanno sofferto abbastanza, uomini che ancora non hanno capito bene cosa vogliono. 
Devo aggiungere altro?



Come anticipato nei preferiti di marzo sto per assillarvi riguardo a "Ogni cosa è illuminata".
All'inizio avrete un momento di panico. Penserete che no, non lo finirete mai quel libro, quel mucchio di parole scomposto, quella trama apparentemente insensata. Pochi giorni dopo probabilmente tentennerete nel finirlo, gli occhi pieni di lacrime calde.
Ve lo assicuro, per questo dovete leggerlo.

  • È complicato ma semplice. Abbiamo due storie (in realtà sono tantissime storia, ma vabbè). Una è quella dell'Eroe, Jonathan stesso, studente americano che parte per l'Ucraina alla ricerca della donna che salvò suo nonno dai nazisti. La storia dell'Eroe è narrata da Alex Perchov, coetaneo di Jonathan, scapestratissimo, che dovrebbe essere l'interprete nella loro ricerca, insieme a suo nonno, cieco e impertinente. La seconda storia è quella narrata invece dall'Eroe, che ricostruisce una genesi mitica dei suoi antenati, a partire dal suo bis-bis-bis-bis-bisnonno. Può sembrare complicatissimo e insensato (sopratutto all'inizio, non ci sono grosse indicazioni che vi permetteranno di orientarvi) ma è in realtà perfettamente lineare. I salti temporali sono perfettamente costruiti e vi faranno sentire sulla pelle tutte le sensazioni della storia. Le lettere di Alex all'Eroe, nel suo inglese improvvisato, il racconto del loro viaggio, con il nonno che sempre più mostra segni di cedimento verso un lato dolcemente umano, la storia di Trachimbrod, i suoi abitanti, la bambina salvata da un annegamento che è il primo tassello di una genealogia bellissima.
  • I capitoli di Alex, che sono appunti quelli che all'inizio vi sembreranno improponibili e pretenziosi (almeno per me è stato così) sono fantastici. Le sue lettere sono dense, vere, Alex porta avanti la storia stessa ma al contempo ne accusa sempre di più il peso, per questo imparerete ad amarlo. Ed il suo linguaggio. Nel suo inglese scorretto creerà neologismi che vi faranno morire ("crea le Z"=dormire).
  • Trachimbrod. La storia di questo shetl (un villaggio ebreo) vi riempirà il cuore. Il primo tassello della genealogia è una bambina che si salva da un annegamento, diventerà bellissima ma soffrirà un bel po'. Questa parte è stata la mia preferita, e credo che valga la pena leggere il libro anche solo per cose come questa: “Puoi levarti anche le calze?" Gli chiedeva lei. "E i calzoni?"
    "E tu ti puoi levare i tuoi?"
    "Sono timida anch'io," diceva lei, il che – per quanto avessero visto i rispettivi corpi nudi centinaia, anzi probabilmente migliaia di volte, era vero. Non si erano mai visti da lontano. Non avevano mai conosciuto l’intimità più profonda, quella raggiungibile solo con la distanza. Lei andava al foro e lo guardava in silenzio per alcuni minuti. Poi si riallontanava dal foro. Lui si avvicinava e la guardava a sua volta in silenzio per qualche minuto. E in quel silenzio raggiungevano un’altra intimità, quella delle parole senza parlare.” 
  • Scatole piene di cose. Ovvero, una parte così apparentemente assurda, improbabile, surreale ma così umana e fragile che vi assicuro, io sono una che non si commuove facilmente, ma in questo caso è impossibile non farlo.
Vi ho convinto almeno un pochino?
Post più vecchi Home page
Visualizza la versione per cellulari
Diletta, 25. Time travel consultations/(k)ink/coffee.

   
  

POPULAR POST

  • Talking about | Perché leggere Franzen fa bene (ma fa anche male)
  • Wishlist | cercando di dare un senso alle cose
  • Monday Mixture | I drink and I know things

Categories

  • talking about
  • get this now
  • wishlist
  • monday mixture
  • haul
  • turn of the brew
  • oroscopo

Lettori fissi

Copyright © 2016 Paper Moon. Created by OddThemes