Paper Moon
Nel leggere L'una e l'altra di Ali Smith (BigSur, traduzione meravigliosa di Federica Aceto) mi sono sentita un discreto funambolo, sospeso e meravigliato, gli occhi attenti su ciò che lo circonda ma indeciso se andare avanti o rimanere immobile. 
Ho letto un sacco di interviste ad Ali Smith. È scozzese, è stata nominata al Booker Prize, è considerata l'erde della Woolf. Io vi dico solo una cosa. La miglior dote di uno scrittore è sicuramente quella di poterti trasportare fuori dal tuo mondo, per dieci minuti o intere ore. E lei ce la fa senza minimo sforzo. 


Questo romanzo è diviso in due parti. Scegliete pure voi da che parte iniziare. Una è dedicata a George (ovvero Georgia), un'adolescente di Cambridge che perde la madre. E lei è convintissima che la madre, attivista, femminista partecipante al movimento Subvert (in pratica venivano utilizzati messaggi pop-up che univano arte e politica per trattare argomenti scomodi "sovvertendo" le idee) sia stata uccisa dai servizi segreti. 
George sembra crollare lentamente sotto il peso di montagne di ricordi, frammenti di ricordi. 
"Lo shock del nuovo e del vecchio, insieme contemporaneamente, dice la madre.
Ha detto."
George è assillata, è tormentata dall'assenza, dalla mancanza. Corregge i suoi pensieri, e nel farlo cerca un ordine. 

L'altra del titolo, a cui è dedicata la seconda parte del romanzo (o la prima, sta a voi scegliere) è Francesco del Cossa. Altra e non altro, perché Francesco è una ragazza che si finge uomo per poter proseguire nella carriera da pittore, arrivando alla fine ad affrescare il Palazzo Schifanoia a Ferrara. Nella sua parte di romanzo (sua, proprio sua, perché ciascuna parte del romanzo è così densa, così invasa dalla presenza dei suoi protagonisti che non posso fare a meno di definirla tale) Francesco osserva in silenzio George, come fantasma, e poco a poco rimette insieme i pezzi della sua vita.

Della sua e basta? Il palazzo Schifanoia affrescato da Francesco è proprio il palazzo che George visita con sua madre e il fratello. Francesco osserva George e si stupisce delle "tavolette" che gli uomini si portano sempre a presso, si rattrista nel vedere che quel mondo è un mondo senza cavalli. Parla proprio come George ipotizza potrebbe fare un pittore rinascimentale sbalzato in epoca moderna. 

Ed questo continuo ritrovarsi, rivedersi e potersi riconoscere nel passato, nelle immagini, nelle fenditure di qualche luogo nascosto, nelle pozze d'acqua e nelle foto sbiadite che vuole L'una e l'altra. Vuole farci osservare. È un lunghissimo dialogo sull'arte come creazione, sull'immagine che permette a tutti noi di poterci salvare. 
E gli occhi e la capacità d'osservare sono punto cruciale nel romanzo.
George che osserva ogni giorno, tutti i giorni dalla morte della madre, il video porno con la ragazza nella yurta "Tutto questo è successo veramente, ha detto George. A questa ragazza. E chiunque può guardarlo, così, ogni volta che gli va o che le va. Succede come se fosse la prima volta, in continuazione, ogni volta che qualcuno che non ha mai visto questo filmato ci clicca sopra e lo guarda." (E leggetevi da voi la parte seguente, sul perché George lo guarda ogni giorno). 
Come ogni giorno George salta la scuola, va alla National Gallery, si siede di fronte al quadro di Francesco del Cossa e lo osserva in silenzio. O come riesce finalmente a spiare la spia, Lisa Goliard. 
E lo stesso Francesco. Con il seme che cade nella pozza d'acqua e crea cerchi semre più grandi, le sue adorate curve. "Il cuore è una questione di curve."
E chi non è capace di osservare ha davvero perso sé stesso, non è capace di ritrovarsi né di poter davvero trovare qualcosa, come Cosmo, rivale di Francesco. "Sta fissando il dipinto con una, cos'è, una sorta di rabbia? Si fa più vicino e strofina forte l'angolo in basso con il pollice e l'indice."

 E George e Francesco, l'una e l'altra, il presente e il passato, entrambi capaci di osservare e quindi di creare, riescono a trovare loro stessi sebbene tormentati, l'adolescente e il fantasma. Le certezze che i formano, le identità che si formano e si costruiscono coscientemente poco a poco. 
"Perché se davvero le cose succedessero simultaneamente sarebbe come leggere un libro con le righe stampate una sopra l'altra, come se ogni pagine in realtà fossero due pagine sovrapposte di cui una rende illeggibile l'altra."
E il tempo. Il tempo che non è altro che uno specchio. 


Io qualche conoscenza passivo aggressivo l'ho avuta, e posso dire che sì, sono terribili. 
Proiettori di ansia e sconforto, ma sopratutto, di un malessere indicibile e intollerabile, perché non nostro. 
Nel Soccombente abbiamo tre elementi, tre pianisti, tre virtuosi. Uno è l'io narrante (praticamente Bernhard stesso), uno è il soccombente (Wertheimer), uno è Glenn Gould. Ed è questo che annienta gli altri.
Tre pianisti talentuosi certo, ma solo uno è veramente. Ovvero Gould. Sono coinquilini, in parte colleghi, tutti e tre frequentano lo stesso illustre maestro di piano. Ma mentre il narratore e Wertheimer sono pianisti "e basta" Gould riesce a diventare in tutto e per tutto ciò che voleva essere. Il pianoforte stesso. "L'ideale sarebbe che io fossi lo Steinway, che non avessi bisogno di Glenn Gould, diceva, se fossi lo Steinway potrei fare in modo di rendere Glenn Gould del tutto superfluo".
E così è. L'annientamento dell'arte è palese. Gould sembra malato, rattrappito di fronte al pianoforte. Ma in realtà è una persona normale. Non fa arte, ma diventa arte. Perché non si è mai posto quesiti, perché non ha avuto paura, perché era qualcosa all'ennesima potenza. 
Ma lo ammetto, per quanto Glenn Gould sia maestoso è il Soccombente che sgomita affannoso tra le pagine per catturare il lettore. Wertheimer è invidioso, disperato, perennemente scontento. È il passivo aggressivo.
Perché Gould non gli fa niente di male. Ma nell'ottica di Wertheimer lo ha ferito a morte. Lo ha pugnalato. Per quanto si atteggiasse come un vero stoico Wertheimer ha compiuto un suicidio nel nome di nient'altro che dei suoi demoni. Della sua passività sempre pronta ad attaccare l'altro. 

E il narratore affronta un'accurata e chirurgica analisi di questi due elementi con un'angoscia esasperante, un monologo, una confessione che leva il fiato. Un'analisi in negativo. Non c'è mai un complimento, e in parte non c'è nemmeno ammirazione. 
L'unico tratto positivo sembrano quelle Variazioni Goldberg che hanno fatto crollare Wertheimer. Un virtuosismo doloroso.
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